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RECENSIONE: Mind the gap di Luisa Multinu

TITOLO: Mind the gap – Distanze londinesi
AUTRICE: Luisa Multinu
EDITORE: Aporema Edizioni
PAGINE: 274

TRAMA:
Ci si può innamorare di una persona, di un ideale e anche di una città. È quello che capita a Ida, una giovane laureata italiana, travolta da una sconfinata passione per Londra e per tutto quanto la capitale britannica rappresenta e contiene. Quasi mai, quando si ama con tale intensità, si è corrisposti nello stesso modo e così la metropoli inglese, dall’alto del suo fascino storico e multietnico, spesso si presenta con la sua faccia più crudele e spietata, che concede pochissime possibilità, da pagare a caro prezzo, a chi vuole davvero integrarsi. Tra lavori umilianti, colleghi poco solidali, superiori meschini, coinquilini cialtroni e rari sprazzi di umanità e di amicizia, Ida cerca a fatica di trovare la propria strada, per nulla disposta a rinunciare al suo sogno.

RECENSIONE

[Non è stato facile per me decidermi a scrivere questa recensione: forse alla mia età, con il classico senno di poi, potrebbe essere troppo facile dare giudizi, vedere incongruenze, disilludere… è sicuramente un rischio e spero di evitarlo.]

Ida è una ragazza innamorata di Londra, e piena di speranze, di ideali e di illusioni parte per la capitale britannica armata solo del proprio coraggio e di pochi euro. È anche laureata, ma questo lo sapremo solo più tardi, tanto pare che non abbia nessuna importanza. Che dire? Storia vecchia direte voi, ma non è così. L’autrice, che ha compiuto quest’esperienza in prima persona, riesce in modo mirabile a raccontarci la Londra che tutti sognano, in cui tutti vorrebbero vivere per la sua bellezza e vita culturale, per le sue atmosfere – che crediamo esistano solo nei film, invece quando si visita Londra si scopre che è tutto vero – e allo stesso tempo la città più insospettabile, quella che sfrutta gli immigrati, i poveri; ma anche una generazione di sognatori che si offre quasi volontariamente a questa vita, e che in nessun’altra parte del mondo accetterebbe di scendere a tali compromessi. E infatti la nostra protagonista viene da esperienze simili in Italia, ma il difficile rapporto con la famiglia le ha tolto ogni tipo di fiducia nel futuro “tra le mura domestiche”, spingendola a dare corpo al sogno di sempre, sulle orme della sua amata Virginia Woolf.

All’inizio sono stata colpita dalla durezza delle situazioni narrate: turni massacranti, datori di lavoro che si comportano come padroni assoluti, condizioni abitative al limite… tutto naturalmente riservato a chi viene da fuori, infatti l’aspirazione della protagonista e degli altri personaggi del libro è quella di trovare un lavoro “da inglesi”, e di conseguenza avere una paga decente, una casa vivibile… Poi ho cominciato a calarmi nel dramma di questa giovane “over trenta cresciuta nel precariato”, come ci dice lei stessa verso la fine del romanzo, che si è sentita rifiutare dalla sua famiglia, poi dal suo paese e infine anche dalla città dei suoi sogni. Però Ida quest’ultima sfida non accetta di perderla. 
La nostra protagonista è animata da una forza straordinaria ma caotica: è molto determinata, sopporta umiliazioni e ingiustizie ma ne soffre nel profondo e la vediamo percorrere una parabola che non porta da nessuna parte; anzi, forse a poco a poco diventa discendente, con lavori progressivamente meno qualificati; fa fatica anche ad accettare l’aiuto che potrebbe venirle dai rapporti umani, che la deludono sempre più, spingendola a rifugiarsi in una rassicurante benché illusoria solitudine.

Ida mi ha fatto soffrire insieme a lei, perché lei possiede la meravigliosa incoscienza della gioventù, ma io temo che a volte l’ostinazione non basti: l’ottimismo a tutti i costi, quello secondo il quale se si desidera qualcosa e lo si persegue con tutte le proprie forze, prima o poi lo si ottiene, è ingannevole. È necessario impegnarsi al massimo nel perseguire i propri obbiettivi, certo, ma anche essere pronti ad accettare l’insuccesso, e rivolgere il proprio sguardo altrove senza accollarci colpe che non abbiamo; come nello sport, si può uscire dal campo sconfitti ma a testa alta, nella consapevolezza di “avere dato tutto”, con determinazione e lealtà: perché a volte il mondo sa essere ostile e garanzie non ne esistono, nemmeno per la persona più titolata, nemmeno per quella più disposta a lavorare senza risparmiarsi, come Ida. 

Questo libro è un pugno nello stomaco, e mi è piaciuto molto per il suo coraggio nello smitizzare una delle favole della “vulgata” del nostro tempo – andare a vivere a Londra! – e per la narrazione coinvolgente, vivace, appassionata. Solo il finale mi ha lasciato qualche dubbio, e chi ha letto il libro potrà intuire il perché. Forse sarebbe opportuno farlo leggere a chiunque scelga la strada dell’emigrazione: non vi fermerà, ma almeno partirete più consapevoli. E così, tra la fortissima empatia che provo per Ida, in cui vedo tanti giovani che conosco, e la speranza che possa finalmente concedersi la vita che desidera, vorrei introdurre due riflessioni. E mi rendo conto che la mia visione potrebbe essere forse giudicata vecchia, disillusa, priva di entusiasmo: e che nessuno dovrebbe dare consigli, ma solo offrire la propria esperienza a chi voglia farne tesoro. Quindi, ecco quello che mi sento di dire a tutte le Ida del mondo, comprese quelle che arrivano da molto più lontano dell’Italia, o che si accontentano di mete molto più vicine di Londra.
La prima riflessione, diacronica, viene già dal mondo antico. Trasferirsi non è una cura per lo spirito, in genere; può aiutare, ma i nostri problemi ci seguono, e prima o poi dovremo risolverli. Come ci ricorda il poeta: “Coloro che viaggiano oltre il mare cambiano il cielo che sta sopra di loro e non la loro anima” (Coelum non animun mutant, qui trans mare currunt, Orazio, Epistulae, I, 11). 
La seconda viene dai classici moderni, ed è una citazione di Virginia Woolf, londinese e amata dalla stessa Ida, da Una stanza tutta per sé: «Una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé, se vuole scrivere …» La celebre scrittrice desiderava solo scrivere i suoi romanzi, ma qualunque sia la nostra aspirazione, il pragmatismo della Woolf è la base di ogni scelta: dopo di che, si può anche conquistare il mondo. 


Cosa ne pensate? Vi piacerebbe leggere questo libro?

Alice Croce Ortega


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