RECENSIONE: I Cent’anni di Lenni e Margot di Marianne Cronin

TITOLO: I cent’anni di Lenni e Margot
AUTRICE: Marianne Cronin
PAGINE: 348
EDITORE: Mondadori

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TRAMA (redatta da Adelaide):
Lenni si trova nel reparto malati terminali del Princess Royal Hospital di Glasgow. Ha diciassette anni e ancora tanta voglia di vivere. Prima del grande “incontro” vorrebbe avere delle risposte, ed è per questo che si reca nella cappella dell’ospedale dove troverà padre Arthur. A lui chiederà: Perché sto morendo? La risposta del prete non può spiegarle nulla, ma tra i due si instaura una grande amicizia che – come le più sincere – sarà uno scambio alla pari.
Curiosa e intelligente, Lenni gironzola per l’ospedale sempre accompagnata dall’infermiera dai capelli rossi o dal portantino (anche se di tanto in tanto riesce a sfuggire alla loro sorveglianza). La creazione di una sala ricreativa dà l’opportunità alla ragazza di partecipare a un corso di pittura dove incontrerà l’ottantatreenne Margot, anche lei malata terminale se pure con patologia diversa.
Lenni è cosciente che il suo passaggio sulla terra sarà troppo breve, non avrà tempo per vivere le mille esperienze di una vita, e vorrebbe lasciare una traccia di sé. Non è forse questo il desiderio di tutti gli esseri viventi?  
Attraverso i racconti della vita di Margot, Lenni vivrà emozioni ed esperienze, mentre a Margot, Lenni racconterà del suo poco vissuto.
Ogni aneddoto diventerà un quadro, ogni quadro sarà un tassello delle loro vite. 

RECENSIONE

I tre personaggi, Lenni, padre Arthur e Margot, non potrebbero essere più diversi tra loro, ma la vita in un ospedale ha dinamiche differenti dal mondo dei sani, e crea alchimie inaspettate. Con una scrittura semplice e a tratti poetica, la Cronin racconta principalmente la storia di due vite alternando al presente lunghi flashback attraverso i quali conosceremo anche Meena e Humphrey.

Gran parte delle finestre dell’ospedale ha i vetri satinati per impedire ai prigionieri di guardare fuori e per proteggere chi sta fuori da ciò che c’è dentro. Quelli della sala di arte, invece, erano trasparenti e ampi, e in quel momento lasciavano entrare il sole che, come me, pareva emozionato di aver trovato una stanza nuova dove non era mai stato.

Nonostante il tema e l’epilogo inevitabile, il romanzo non parla affatto di sofferenza fisica e morte (tranne che per lo stretto necessario), ma di quanto il nostro vissuto e il vivere fianco a fianco incida e conti per gli altri; contano il comunicare, il condividere, il “sommarsi” per completarsi. È ciò che fa Lenni cui da piccola, ad ogni compleanno, cantavano una canzoncina augurandole di vivere cento anni. Il ricordo si farà vivo quando scoprirà che proprio sommando i suoi anni a quelli di Margot saranno giusto cento.
Tra i racconti di Margot, ho apprezzato l’incontro con Humphrey. L’uomo che, citando l’ultimo verso di una poesia, le dirà: “Ho amato troppo le stelle per avere paura della notte”.

Un romanzo dall’incipit incipit coinvolgente: Quando qualcuno dice “terminale”, mi viene in mente il terminal dell’aeroporto. Mi immagino una grande area check-in con il soffitto alto e le pareti di vetro, il personale di terra in divisa che aspetta di conoscere il mio nome e le informazioni relative al mio volo, che aspetta di chiedermi se mi sono occupata io di preparare il bagaglio e se viaggio da sola. Mi immagino le facce anonime dei passeggeri che guardano gli schermi, parenti che si abbracciano promettendosi di rivedersi presto. E immagino me stessa in mezzo a loro, il trolley che scivola sul pavimento lucidissimo con una facilità tale che potrei anche fluttuare mentre controllo la mia destinazione sul tabellone elettronico.

Non manca l’aneddoto divertente e numerose sono le pagine intense, ma devo dire che il testo non è riuscito a sedurmi con continuità: in più punti l’ho trovato lento. Devo ammettere di averlo letto dopo avere terminato un libro di genere totalmente diverso quindi non escludo che, cambiando all’improvviso il ritmo della narrazione, abbia potuto avvertire un po’ di lentezza in più; oppure sono i lunghi flashback, il racconto di un passato ormai concluso che non influisce sul presente delle due amiche…

Concludo riportando uno dei passaggi del libro che più hanno attirato la mia attenzione:

Padre Arthur mi ha teso un fazzoletto giallo. Non avevo mai visto nessuno che usasse un fazzoletto di stoffa nella vita reale, solo nei film. Penzolava nello spazio tra noi come un fantasma della primavera. «È pulito» mi ha assicurato. «Hai la mia parola.» L’ho preso, l’ho spiegato in un quadrato perfetto e poi ci ho seppellito la faccia. Era assorbente e odorava di chiesa. Era come piangere sull’orlo del vestito più bello del papa.

Cosa ne pensate? Vi piacerebbe leggerlo?

Adelaide J. Pellitteri

Mondadori, recensione

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