In mille parole – paura: Quattro minuti di Noemi Villaruel

Buongiorno a tutti, cari lettori!
Un’altra edizione del concorso In mille parole è giunta al termine: il tema di questa puntata era la paura… e gli autori si sono sbizzarriti con i loro racconti, proponendoci sfumature diverse di paura e prospettive particolari su questa complicata emozione. Vi ricordo che Emme ha pubblicato un lungo articolo sul tema, potete leggerlo QUI.

Pronti per scoprire la classifica finale? Eccola!

CLASSIFICA RACCONTI:
1. Noemi Villaruel – Quattro minuti
2. Alessandro Ricci – Chi ha paura del buio?
3. Tania Anastasi – Con la paura non c’è un domani
e Maria Sgrò – L’incontro sbagliato

La vincitrice di questo In mille parole #3 quindi è… Noemi Villaruel, autrice del racconto Quattro minuti. Vi lascio qui sotto il testo integrale, buona lettura!


Quattro minuti
di Noemi Villaruel

Sospirai, chiudendo a chiave il mio armadietto. Avevo appena terminato un turno di dodici ore al fast food e il mio unico desiderio era stiracchiarmi come un gatto sornione sul divano. Peccato che non avessi nessuna voglia di affrontare i miei genitori. Troppe ramanzine, strani fraintendimenti e mancati chiarimenti fra di noi. A soli diciannove anni avevo già compreso chiaramente quanto le persone fossero brave a giudicare la vita altrui, piuttosto che guardare il proprio percorso. Forse è una caratteristica insita nella natura umana, il desiderio irrefrenabile di osservare l’esistenza delle persone vicine, attendendo solo un piccolo sbaglio per puntare il dito aggredendoli, sgranocchiando immaginari popcorn come se si stesse godendo la visione della prima di un film. Ogni persona deve sempre annotare se l’erba del vicino è più alta della propria, in un paese in cui il prato è rigorosamente tagliato a 3,5 cm e l’unica vocazione è quella di regalare un cesto di frutta al nuovo arrivato nel quartiere. Bah, quanta ipocrisia.
Stavo per svoltare l’angolo che mi avrebbe condotto alla metropolitana, quando un brivido mi percorse la schiena. L’aria gelida di dicembre giustificava il freddo, ma quella sensazione era diversa, non aveva nulla a che vedere con il clima. Ruotai la testa in varie direzioni, cercando qualcosa. Non sapevo neppure io cosa stessi facendo, ma la sgradevole percezione che qualcosa non andasse penetrava fino alle ossa. Osservai con attenzione una coppietta che correva abbracciata, un anziano zoppicante col suo bastone, dei ragazzi bazzicare in un pub. E poi lo vidi. La sagoma di un uomo all’imbocco di un vicolo buio, una figura alta, longilinea ed inquietante. Non riuscivo a distinguere i lineamenti, il suo viso era simile ad un buco nero pronto a risucchiare la luce intorno a lui, persino i fari di un’auto che passò in quel momento non riuscirono ad illuminarlo, lo oltrepassarono solamente. Nessun movimento, nessuna parvenza di vita, eppure ero sicura che mi stesse osservando. Inghiottì a vuoto, strinsi la borsa al petto e feci un passo indietro. L’uomo ne fece uno in avanti. Il cuore perse un battito, i polmoni smisero di riempirsi d’aria, le mani cominciarono a tremare. Ogni mio passo indietro ne provocava uno in avanti da parte dello sconosciuto. Diedi una sbirciata alle mie spalle. Pochi metri e l’entrata della metropolitana sarebbe stata la mia salvezza. Potevo farcela. Dovevo farcela.Voltandomi, inciampai in una crepa del terreno, maledissi il governo londinese per non riparare le strade e corsi. Non ero un tipo atletico, ma impiegai tutte le mie forze in quello scatto di velocità. Saltai alcuni gradini delle scale e cercai come una forsennata la scheda dell’abbonamento. Sentivo il suo sguardo perforarmi la schiena. Non volevo voltarmi, non volevo scoprire cosa fosse alle mie spalle. Strisciai la card e oltrepassai disperatamente i controlli. Continuai a correre fino alla linea di delimitazione di sicurezza che separava i binari dalla panchina. Nessun vagone. Lo schermo indicava un’attesa di quattro minuti. No, ti prego. Il cervello era in panico, non riuscivo a riflettere lucidamente. La stazione era deserta, d’altronde erano le 2:23 di un monotono mercoledì.
Quattro minuti. Mi allontanai dalla scala da cui sarebbe dovuto arrivare lo sconosciuto. Appoggiai la schiena al muro e strisciai fino a terra. Mi sforzai di sentire qualche rumore, ma nulla. Il silenzio regnava sovrano. Solo il battito forsennato del cuore e il respiro affannato riempivano le mie orecchie. Non staccavo gli occhi dal tabellone.
Tre minuti. Cercai a tentoni il mio cellulare, lo trovai sul fondo della borsa. Scarico.
<<Maledizione!>> Imprecai in ogni lingua conosciuta, finché non sentì un suono che mi serrò la gola. Passi. Pesanti, rumorosi passi scendevano lentamente le scale, senza alcuna fretta come se avesse tutto il tempo possibile per fare qualsiasi cosa avesse in mente. Aveva la sicurezza che la sua preda non sarebbe andata da nessuna parte. Un fischiettio allegro accompagnava la macabra discesa. Si fermò sull’ultimo gradino. Ritornò il silenzio per qualche istante.
Due minuti. Troppo lento scorreva il tempo, il vagone non sarebbe mai arrivato in tempo. L’uomo sporse una mano bianco pallido, sfiorando la ringhiera, prima di mostrarsi alla mia vista interamente. Non mi guardava, il suo profilo era affilato, i capelli castani leggermente lunghi, gli occhi chiari, forse azzurri scrutavano lo schermo.
Un minuto. Si voltò lentamente verso di me, un sorriso sardonico sulle labbra sottili, gli occhi viscidi scrutavano il mio viso. Un serpente con sembianze apparentemente umane. Nell’istante in cui stava per avvicinarsi, la luce andò via. Rimasi immobile nella mia posizione, quasi rannicchiata sul pavimento, mi tappai la bocca cercando di trattenere l’affanno. Una mano artigliò il mio braccio, urlai a squarciagola.
<<Sei mia.>> Sibilò al mio orecchio.
Scalciai come un’ossessa, dimenandomi lo colpì in un punto imprecisato e sentì il suo gemito di dolore. Continuai a colpirlo con tutte le mie forze, finché non mi lasciò. Un rumore di ingranaggi e il mio cuore riprese a battere di speranza. Il vagone stava arrivando, i neon lampeggiarono nuovamente. Corsi conto i binari, non aspettai nemmeno che la metro si fermasse del tutto, pigiai il bottone di apertura delle porte, mi infilai dentro e andai a sedermi accanto ad una donna di mezz’età.
<<Ragazzina tutto apposto?>> La donna mi occhieggiava dubbiosa, forse il mio viso era troppo sconvolto. Non risposi, cercavo lo sconosciuto, temevo mi seguisse dentro il vagone. Nessuna traccia del volto da trentenne infido e perverso.
Tornai a casa, non risposi alle decine domande di mia madre, mi infilai ancora tremante nel letto. Quella notte non dormì.
Il giorno dopo, al notiziario delle 12, sentì il telecronista annunciare la morte di una ragazza di diciassette anni. Il cadavere fu ritrovato nella stazione della metro. Sollevai lo sguardo dal mio piatto e vidi nella tv un’immagine presa dalle telecamere della sorveglianza. Il viso che incarnava il mio incubo mi osservava. Gli occhi azzurri trapassarono lo schermo e si piantarono sul mio viso. Piansi tutte le lacrime che avevo trattenuto fino a quel momento.

Mette un bel po’ d’ansia, non trovate anche voi? Il perfetto climax di un thriller mozzafiato, così l’ha definito Emme (che questo mese ha fatto da giudice per la gara).

Siete curiosi di scoprire qualcosa di più sull’autrice? Vi accontento subito 😉

BIOGRAFIA AUTRICE:
Lacrime di fuocoNoemi Maria Yasmin Villaruel nasce in una calda giornata di luglio del 1991 a Catania, nel cuore della splendida Sicilia, malgrado abbia origini spagnole. Subito dopo il diploma di liceo scientifico, inizia a lavorare come segretaria amministrativa presso l’azienda creata dai suoi nonni e acquisita dallo zio materno. Divide le sue giornate fra il lavoro e la compilazione della tesi che la porterà fra qualche mese alla laurea in “Scienze e lingue della comunicazione”. Nonostante gli impegni, non ha mai rinunciato alla sua più grande passione: la lettura. Le centinaia di libri che affollano la sua casa l’hanno condotta al suo primo romanzo, “Lacrime di fuoco” pubblicato da Aletheia Editore.
TRAMA DEL SUO ROMANZO:
La diciannovenne Erin Rays è rimasta orfana a seguito di un incidente automobilistico dal quale si è salvata inspiegabilmente, riportando solo una strana cicatrice sulla mano. La sua vita scorre tranquilla fino a quando, una notte, tutto cambia. Erin si ritrova da sola, costretta a scappare, cercando di non farsi infettare da una strana e inquietante epidemia che sembra aver avvolto la città, fino a quando non viene salvata dagli Scorpioni. Erin, però, si troverà emarginata anche in mezzo agli altri membri di questa comunità, con tante domande e nessuna risposta. Perché sembra essere l’unica a non ammalarsi? E cosa rappresenta veramente quella cicatrice sulla mano? Ma, soprattutto, come si sopravvive a un’Apocalisse? Vi ritroverete al fianco di Erin, con un unico obiettivo: sopravvivere. Ma sopravvivere può essere abbastanza quando si è da soli? 

Cosa pensate del racconto? Vi piacerebbe leggere altro dell’autrice?

ALEX


Ascolta la puntata di VCUC on air sulla paura:


GIUDICI DELL'EDIZIONE: Francesca di Libri, libretti, libracci + Simona de Il Mondo di SimiS + Emme di VCUC + Martina Laringi (giudice lettore). 

Il BONUS SPECIALE è stato attribuito a Massimiliano Agarico e al suo racconto Il riflesso dei desideri.

autori emergenti, racconti

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