Fenomeno TOKENISMO: quando la politica usa i giovani come fantocci

INTRODUZIONE (di Alex)

Negli ultimi mesi sono stata molto attiva all’interno di un gruppo politico del paese in cui vivo, un gruppo che a ottobre si è presentato alle amministrative. Io ho dato un contributo soprattutto nel campo di mia competenza, ovvero la comunicazione social, occupandomi delle relative pagine Facebook e Instagram. Mi è stato proposto di candidarmi all’interno della lista, visto il contributo concreto che ho dato nei mesi precedenti. Ho scelto di non farlo, perché sapevo che – in caso di vittoria (spoiler: non hanno vinto) – non sarei riuscita a prestar fede a un impegno simile per cinque anni: non sarei riuscita – con lo studio, gli esami, il tirocinio, un master (forse all’estero) e magari poi, si spera, un lavoro – ad adempiere ai miei doveri. Quindi ho declinato l’offerta.

Nello stesso periodo ho, invece, visto i candidati delle altre liste in corsa per il mio comune (ma anche per altri paesi) e ho notato diversi nomi di giovani (e giovanissimi) che conoscevo. Ragazzi e ragazze che però non si erano mai attivati precedentemente per questioni politiche né sociali o civili. Addirittura ragazzi che, pur essendo in lista, non si sono mai pronunciati su alcun argomento perfino durante la stessa campagna elettorale. Insomma, sono stati dei fantasmi, nulla più di un nome su un foglio. Devo ammettere di aver apprezzato che la mia lista, dopo il mio rifiuto, non si sia messa disperatamente a cercare un “gggiovane” con cui sostituirmi, perché ai ragazzi e alle ragazze la politica deve dare spazio, ma non deve trasformarli in simboliche belle statuine da spendere solo in campagna elettorale… E dopo questa mia breve introduzione, passo la palla a Emme, che oggi vi spiega il fenomeno del tokenismo.


SVOLGIMENTO (di Emme)

Non è solo Alex ad aver notato che sono sempre di più i ragazzi (under 30) che vengono coinvolti, più o meno attivamente, nella vita politica dei relativi comuni di appartenenza. Non lo nego, leggere il nome di un ragazzo della mia età in una lista elettorale non sempre suscita in me una reazione esclusivamente positiva: idealmente essere rappresentati è un bene… ma, come vedremo nel corso del post, siamo realmente rappresentati? Aprirei il mio discorso con tre constatazioni che, di fatto, ne rappresentano le basi, il “common ground” su cui ancorare tutto il mio punto di vista su questo tema. 

  1. Il nostro paese, come la totalità di paesi del mondo, è attraversato da profonde disuguaglianze sociali, come il divario nord-sud, le differenti possibilità di accesso ai servizi, differenze socio-economiche e così via. Particolare attenzione però vorrei porla proprio sulle differenze di status sociale. Alcuni individui ricoprono particolari posizioni nella gerarchia sociale che permettono loro di trovarsi in indiscutibile vantaggio, a prescindere da che la posizione sia stata acquisita per merito o meno; è innegabile che, a parte i vantaggi economici che si legano all’intero complesso di possibilità (istruzione migliore, servizi medici migliori, maggiori possibilità di vivere esperienze…), gli individui in queste posizioni godono anche di vantaggi sul piano relazionale. Bourdieu parla di capitale sociale in tal senso, definito come “risorse attuali o potenziali che derivano dall’appartenenza ad una rete stabile di relazioni sociali o dall’essere membri di un gruppo”. Teniamo a mente questo concetto di capitale perché ci sarà utile più avanti.

  2. (Affermazione forte in arrivo)
    L’Italia è un paese di “vecchi” e costruito per “vecchi”. I recenti dati ISTAT confermano la tendenza all’aumento dell’età media, che oggi risulta essere attorno ai 46 anni. Questo dato ci dice almeno due cose: che viviamo abbastanza a lungo (good); che tutti coloro che hanno meno di 30 e più di 60 anni sono una minoranza (un po’ meno good). E se le scienze sociali ci dicono qualcosa di chiaro è che, tendenzialmente, le minoranze sono vittime di stereotipi e discriminazioni. La discriminazione qui non appare come siamo soliti immaginarcela, bensì si manifesta con forme più implicite e subdole attraverso atti e politiche istituzionali e nazionali, narrazioni che “gli adulti” creano e condividono sulla gioventù e che vengono interiorizzate creando così profezie che si autoavverano. Volete qualche esempio? La scuola: da un lato non è in grado di parlare ai giovani (mi chiedo se lo sia mai stata) e dall’altro non è più in grado di preparare al mondo del lavoro (cambia troppo rapidamente); mancano completamente investimenti intelligenti che ragionano sul lungo periodo. Dal lato narrazioni noi giovani siamo dipinti come bamboccioni che non hanno alcun interesse ad assumersi le responsabilità del diventare adulti, che rimangono a “spese dei genitori” fino ai 30 e più anni e i media alimentano tale narrazione (anche manipolando opportunamente i contenuti, vedasi la recente intervista di Alessandro Borghese in cui, tagliando le sue dichiarazioni, si è riusciti a fargli dire il contrario di ciò che intendeva sui giovani lavoratori). Ma è davvero solo colpa nostra? Io ho visto come funziona il mondo del lavoro: da un lato i datori cercano personale giovane (spesso tra i 18 e i 25 anni) ma lo cercano con esperienza… un bel paradosso, non trovate? Inoltre (nella ristorazione questo è vero oltre ogni ragionevole misura) spesso si firmano contratti – quando i contratti si firmano – che prevedono orari normali, turni da otto ore con un’ora di pausa, ma poi ci si ritrova a lavorare -senza essere pagati – per turni che si trasformano in 10/12 ore (ne so qualcosa). Aggiungo che se studio 5 anni vorrei che il mio investimento mi ritornasse; posso accettare per esigenza di fare qualunque lavoro ma, senza prospettive di crescita o di carriera, con contratti che al terzo rinnovo mi lasciano a piedi e spesso solo come tirocinante, che prospettive ho? Ci si aspetta anche che rispetto ai miei genitori io debba trovare posizioni migliori (è il concetto della mobilità sociale ascendente) o al più che mi consentano di mantenere il medesimo tenore di vita eppure ciò non avviene… Anzi, si realizza proprio il fenomeno opposto. Per citare Galimberti, per noi (giovani) il futuro non è più una promessa ma una minaccia; consapevoli, per altro, del fatto che sicurezza e stabilità e controllo sulla propria vita sono bisogni umani.
    E se le cose stanno così è solo “colpa” nostra? Beh, no, purtroppo noi siamo le conseguenze delle scelte di chi ha creato la società che ci ha educati e cresciuti, ergo è colpa di tutti, e se leggendo le mie parole vi siete sentiti a disagio e in disaccordo… è normale: è un movimento difensivo che implicitamente compiete per salvaguardare la valutazione che avete di voi stessi; ma, cito ancora, per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti, e aggiungo: indipendentemente da quanto cercherete di “disimpegnarvi”.

  3. Chi ha una posizione sociale più elevata automaticamente cercherà di mantenere tale posizione. Lo fanno i ricchi con i poveri e lo fanno gli adulti contro i giovani. E come lo si fa? Ancora una volta con le narrazioni. Si cerca di creare narrazioni volte a giustificare il sistema, tali narrazioni sono tanto consolidate che a livello collettivo hanno assunto la forma di credenze, su tutte la credenza nel mondo giusto (ciascuno ha quel che merita e merita quel che ha). Le narrazioni funzionano anche e soprattutto per la politica. A volte ho bisogno di accalappiare quanto più elettorato possibile, so che per sparare sul gregge è necessario promettere maggiore sicurezza dei salari, maggiore sicurezza per le pensioni, opere pubbliche, lavoro. A volte è necessario trovare un responsabile per quel che non funziona… un capro espiatorio che permetta di distogliere lo sguardo dalla responsabilità di ciascuno e soprattutto dall’incapacità della classe politica di trovare reali soluzioni. Cosa accade quando il risultato è incerto? Beh, bisogna coinvolgere altre fasce di pubblico nella nostra recita. Un metodo efficace è creare l’aspettativa che quella fascia possa essere rappresentata da un “esemplare super rappresentativo”. E su questo si basa il fenomeno del TOKENISM. Ed è proprio di tokenism che vi voglio parlare oggi.

Il tokenismo (all’italiana) è una strategia che le élite sociali possono applicare al fine di mantenere uno status quo. Consiste, di fatto, nell’elevare un individuo nella scala sociale ed esaltarlo quale simbolo, eccezione che conferma la regola, che fa il paio con narrazioni come ad esempio quella della meritocrazia e del duro lavoro. Narrazioni che da un lato non tengono conto del fatto che impegno e dedizione spesso non sono gli unici fattori che permettono la mobilità sociale ascendente, ma tanto lo fanno il contesto sociale in cui cresciamo e le possibilità che possiamo attivare in quel contesto (basti pensare che chi è povero ha meno risorse mentali per poter pensare ad altro oltre che alla gestione dell’economia domestica. Sul tema consiglio questa ricerca: https://www8.gsb.columbia.edu/sites/socialenterprise/files/eldar_shafir_presentation.pdf – se volete acculturarvi e siete avvezzi all’inglese). Dall’altro lato queste narrazioni ci consolano poiché rispondono a bisogni quali quello di controllo sulla realtà e ci permettono di crederla stabile e prevedibile… ed ecco quindi che preferiamo accettare acriticamente tali narrazioni e persuaderci che effettivamente se ci impegnassimo a sufficienza otterremmo i risultati di chi ha “avuto” successo; i “token” sono i simboli della veridicità di queste credenze.

Parlando di token e vita politica, come si coniugano questi due discorsi?
I rappresentanti politici hanno tendenzialmente due caratteristiche: appartengono al ceto medio-alto/alto e rappresentano (almeno da un punto di vista ideale) il meglio della cittadinanza. Altro non sono che membri della parte elevata della gerarchia sociale. Pensiamoci, anche nei piccoli comuni è difficile che un individuo con la licenza media sieda sulla poltrona di assessore, e se riuscite a ricordare che nella vostra vita avete visto di un tale che… occhio, potreste essere vittima di un’euristica, quella della disponibilità.  Innegabile che in ogni caso essi rappresentino delle eccezioni e non la norma… pertanto potrebbero essere anch’essi token.
Applichiamo il concetto di tokenismo alla vita politica: un partito necessita, per essere eletto, di acquisire consensi; per acquisire consenso è necessario promettere qualcosa – attraverso il programma – ai gruppi sociali verso cui intendiamo rivolgerci, e a volte è necessario acquisire credibilità, dimostrando praticamente che non parliamo a vanvera. Questo secondo punto è spesso complicato da dimostrare proprio perché spesso – troppo – le promesse elettorali sono come le profezie di una cartomante: generiche. Cosa si intende con migliorare i servizi sociali del comune? Ognuno potrebbe intendere cose differenti, ad esempio migliorare gli uffici sede dei servizi sociali, migliorare l’assistenza fornita dai servizi sociali o ancora, promuovere nuovi servizi che operino sul territorio da un punto di vista sociale ma che nulla hanno a che vedere con l’omonimo ufficio comunale. Insomma il linguaggio è limitato e, soprattutto, sempre soggetto al filtro individuale della percezione e delle aspettative. Ergo, non si avrà una soddisfazione assoluta delle promesse elettorali anche ammettendo che poi si tenti in un modo o in un altro di mantenere tali promesse.
Durante le campagne elettorali, momento in cui soprattutto le nuove liste non hanno modo di dimostrare nulla circa la loro credibilità, l’unico modo è scegliere potenziali rappresentanti (i token per l’appunto) che dimostrino l’interesse nel mantenere la parola data, e qui si inseriscono i nostri giovani token. Quando i risultati sono incerti, le preferenze non sono nette, rivolgersi al nucleo di elettori affezionati non è sufficiente, ecco quindi che è talvolta necessario accalappiare nuovi elettori; i giovani sono meno degli adulti ma sono comunque una quota consistente di voti, e come posso attirare i giovani? Promettendo loro che io agirò una riforma delle politiche giovanili e per fare ciò mi munisco di un consigliere, un giovane tra i giovani, un esemplare eccellente. Un token.

Cosa c’è di male in questo? Fino a qui nulla, anzi ha senso… ma tutto dipende dallo spazio d’azione che poi il token avrà. Mi spiego meglio: quando si forma un gruppo, le posizioni di potere sono (secondo la teoria dell’aspettativa di status) attribuite in base al fatto che i membri del gruppo si creano delle aspettative sul contributo che ciascuno apporterà al conseguimento degli obiettivi collettivi. Detta in maniera molto semplice: avrà più potere chi potrà portare più vantaggi al gruppo. Le aspettative non si formano dal nulla, ma da almeno due fonti principali: da un lato troviamo le caratteristiche del singolo individuo – ci riferiamo all’esperienza, alle capacità, alle conoscenze – dall’altro lato alle caratteristiche diffuse dello status – ovvero l’insieme di caratteristiche che ci si aspetta da chi ricopre un determinato status sociale, ad esempio un sindaco under 30 suona strano (d’altro canto ci suona ancora strana l’idea di avere una sindaca…).

Quindi se un individuo viene scelto e proposto come assessore/consigliere ed è un ragazzo di vent’anni significa che ha delle caratteristiche “interessanti”. Prestiamo attenzione e analizziamo la situazione.
Se la persona non ha alcuna competenza particolare, questa mancanza potrebbe essere significativa.
[Lo so, il mio discorso appare ora in contraddizione con quanto detto in precedenza, ma seguitemi: non credo che chiunque possa ricoprire ruoli di responsabilità poiché è necessaria una conoscenza storica e pratica di come un sistema – in questo caso di governo – funziona e ha funzionato, conoscenza che se manca difficilmente viene acquisita in tempi utili per poter essere agente attivo nelle attività politiche.]
Ergo se il ragazzo-token non ha esperienze né competenze nella gestione politica già è un primo campanello d’allarme; secondo campanello è se il ragazzo non ha nulla che permetta di riconoscergli una competenza di settore (se sono diplomato al liceo linguistico, a parte perché sono un ragazzo, che competenze ho di politiche giovanili?); terzo campanello è poi se il ragazzo compare dal nulla, ovvero se non si era mai impegnato attivamente nella vita politica del paese, anche solo come obiettore. Questo ci dice di fatto che la persona non è mai esistita per la comunità fino a che qualcuno non gli ha chiesto: “Ehi, tu, tizio a caso vuoi fare il consigliere comunale?”.
Questi tre sono aspetti che ci dovrebbero mettere in allerta circa un episodio di tokenismo in  “negativo”, non sono sicuramente gli unici fattori e, beninteso, non sono necessariamente determinanti nella valutazione del valore del Token come carica pubblica. Tuttavia la compresenza di questi fattori dovrebbe farci porre una domanda, ovvero: se la persona non ha competenze che giustifichino la scelta come candidato e se la persona non ha mai avuto un ruolo attivo nella vita politica della comunità, sulla base di cosa è stata scelta? Qui ci troviamo su una chiglia scivolosa, potrebbe trattarsi di qualunque motivazione, ma la probabilità statistica ci dice che è più facile fare conoscenza con una persona che ha con noi una vicinanza funzionale – ovvero frequenta, per le necessità della vita quotidiana, luoghi simili a quelli che noi frequentiamo – in altre parole è poco probabile che io casualmente instauri una relazione con un tizio che, visto a caso, ha attirato la mia attenzione (esempio una persona che durante una manifestazione mi muove una critica intelligentemente formulata). Più probabile è che io instauri una relazione con qualcuno che incontro spesso. Qui ritorna il concetto di capitale sociale di sopra. Ho bisogno di un ragazzo per la mia lista elettorale, a chi chiedo? A chi conosco. Pertanto la scelta non ricadrà realmente su esempi eccellenti della categoria sociale “giovani”, bensì sul figlio di quel mio conoscente con cui ho un qualche tipo di relazione. Non parliamo necessariamente di forme di nepotismo, perché spesso la scelta non è neanche consapevole, però è comunque un favoritismo mosso dal funzionamento euristico dei nostri sistemi di decisione (toglietevi dalla testa di essere decisori razionali e consapevoli).

Ed ecco che la scelta è fatta, ogni caratteristica utile a giustificare la scelta è un plus ma non necessaria.

Tuttavia, è bene ricordare che un token può essere anche un ottimo consigliere comunale pur non avendo competenze, esperienze né conoscenze. Questo però può avvenire solo se la persona in questione ha modo di impegnarsi nelle attività che svolge e, soprattutto, se tale impegno ha un effettivo impatto sulle decisioni di giunta, in altre parole se viene riconosciuta l’agentività del token. Questi due fattori rappresentano altri campanelli di allarme: se un ragazzo che studia e lavora viene proposto come consigliere comunale, quale impegno potrà dedicare al suo ruolo? E, soprattutto, poi la giunta deciderà di ascoltare davvero le sue idee? O non lo prenderà sul serio proprio per la mancanza delle caratteristiche sopracitate? Ecco che il token altro non è che un idolo per le folle, senza valore per il potere. I campanelli d’allarme da aggiungere alla lista di sopra sono quindi i seguenti: sovra-impegno della persona, composizione della maggioranza della giunta comunale – in particolar modo prestare attenzione a come il sindaco –leader si pone nei confronti degli altri e allo stile di leadership che adotta.

Concludendo il discorso, chiunque potrebbe essere solo un token. In un paese ideale, l’individuo che si propone per coprire una posizione dovrebbe essere in certa parte consapevole delle ragioni per cui è stato contattato e, sempre in un mondo ideale, rendendosi conto di non poter assolvere i compiti per cui è chiamato dovrebbe essere in grado di rifiutare la posizione. Ma qui ci leghiamo alla cittadinanza responsabile, concetto che purtroppo è poco interiorizzato da tutti noi. Anche perché sono poche le persone che di fronte all’allettante possibilità di ottenere denaro e prestigio con sforzo zero deciderebbero di rifiutare.
Dall’altro lato ci siamo però noi cittadini ed elettori, e i dati di affluenza dimostrano che la politica e la cittadinanza vivono ormai su due piani paralleli: alle ultime amministrative circa la metà dei cittadini aventi diritto ha disertato le urne, segno forse della crescente sfiducia verso le forze politiche e dei loro rappresentati. Ad ogni modo voglio ricordare che non presentarsi non significa dimostrarsi contrari a qualcosa, bensì rinunciare al proprio diritto di contare. L’invito è quando riconoscete che qualcosa non va perdete quella mezz’ora, presentatevi alle urne e dite allo scrutatore che siano messi agli atti i motivi per cui voi avete lasciato la scheda bianca. Si chiama astensionismo attivo ed è l’unico modo perché una scheda bianca abbia un significato diverso e un peso diverso.

Ultima nota a margine, questo post non parla solo dei giovani, ma parla di tutti. Anche se qui ci siamo concentrati sui giovani non significa che ciò non accada anche ad altri gruppi sociali. L’impegno politico è importante, e per cambiare un sistema è necessario operare dall’interno e fare in modo che l’istanza di cambiamento che tutti sentiamo sia finalizzata e non vacua; inoltre è necessario essere parte attiva, con i piccoli e all’apparenza insignificanti gesti quotidiani, del cambiamento.
In questo caso vale la massima di Ghandi: Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo; e vale anche essere attivi nel segnalare quando qualcosa non torna e non fingere che tutto vada bene, né essere vittima dell’effetto passante… essere in tanti a volere vedere il mondo cambiare non ci assolve dalla responsabilità di dover agire. Chissà che magari vedendoci agire qualcun altro deciderà di fare lo stesso.


Cosa pensate di questo fenomeno? Lasciateci il vostro parere nei commenti.
Molto probabilmente a breve faremo anche una live su Instagram per approfondire (ma anche semplificare) questo tema molto complesso. Per non perdervela potete seguirci QUI.

Emme e Alex

attualità, cultura, giovani, politica, società

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