Femminismo – uguaglianza e differenza

INTRODUZIONE

Uguaglianza e differenza rappresentano le due anime del pensiero femminista, i due poli di riferimento tra cui oscillano le varie correnti a partire dal cosiddetto primo femminismo, cioè il movimento delle donne di fine Ottocento e inizio Novecento. Come è avvenuto per i concetti di sesso e genere (QUI il nostro articolo in merito), in una prima fase sono stati concepiti in maniera distinta e contrapposta, per poi essere considerati intrecciati tra loro e sfociare, per esempio, nel concetto di pari opportunità. Sono molte le correnti femministe che hanno cercato di superare l’impasse di questo nodo teorico, focalizzandosi sull’obiettivo della valorizzazione di ogni tipo di soggettività, che reclama riconoscimento sociale e diritti.
In estrema sintesi, si può affermare che chi abbraccia il modello della parità sostiene che donne e uomini siano essere umani uguali e che le donne, da secoli giudicate inferiori, per emergere dal loro status debbano emanciparsi, elevarsi a raggiungere l’uguaglianza formale con l’uomo, acquisendo gli stessi diritti per poter diventare esseri umani completi e partecipare a pieno all’ambito pubblico. Mentre chi propone il modello della differenza riconosce l’esistenza di una differenza tra uomini e donne che deve essere volta in positivo, valorizzata socialmente.
A partire dagli anni Ottanta, sia negli USA che in Europa, si assiste al tentativo di intrecciare i concetti di uguaglianza e differenza, per spezzare una visione dicotomica e una rigida contrapposizione tra loro. Il problema dibattuto da allora è diventato: come utilizzare le idee della differenza e battersi allo stesso tempo per l’uguaglianza.

ANNI SETTANTA

Dopo questa prima infarinatura iniziale sul tema, torniamo all’inizio del nostro discorso e approfondiamo il concetto di uguaglianza e differenza all’interno della storia dei movimenti femministi.
Ripercorrendo le fasi storiche attraversate dal movimento delle donne, si può sostenere che il modello della parità ha prevalso all’inizio della storia del femminismo (fine Ottocento e inizio Novecento) ed è stato poi ripreso da alcuni movimenti degli anni Settanta… ossia nei momenti storici in cui sono state condotte importanti battaglie a livello politico, sociale e giuridico per ottenere diritti per le donne (voto, studio, lavoro).
Concentriamoci sullo sviluppo dei movimenti negli USA, , dove il femminismo di seconda ondata (anni 70-90) può essere ricondotto a due principali gruppi: il femminismo liberale e il femminismo radicale.
Il primo si ispira molto al movimento delle suffragette e a scritti come Rivendicazione dei diritti della donna (1792) di Mary Wollstonecraft (la madre di Mary Shelley), nel quale l’autrice rivendica diritti sociali, politici ed educativi per tutte le donne, gli stessi diritto fondamentali degli uomini, Altro classico del movimento è L’asservimento delle donne di John Stuart Mill (1869), in cui Mill sostiene che l’inferiorità femminile è socialmente costruita. Nell’ambito della corrente del femminismo liberale vengono ripresi questi concetti, ribadendo che il primo obiettivo della donna è riconquistare la propria dignità di persona libera autonoma e completa. Il femminismo liberale opera principalmente tramite riforme. Tra le opere più rilevanti della corrente citiamo La mistica della femminilità (1963) di Betty Friedman, saggio in cui viene denunciato il ruolo di sposa e madre a cui le donne americane erano relegate. La National organization for women creata da Friedman ha condotto numerose battaglie legali e sociali a favore delle donne per cercare di modificare le leggi sull’aborto, sulla proprietà e il divorzio, per creare pari opportunità lavorative e di educazione e modificare la rappresentazione stereotipata delle donne nei media.

Contrarie a questo approccio troviamo le femministe radicali, che si interessano agli stessi temi proponendo però soluzioni diverse. Esse contestano al femminismo liberale di non mettere in discussione le istituzioni stesse e l’intero sistema sociale come luoghi di potere maschile. Tra i libri di maggiore rilevanza: Sexual politics di Kate Millet, The dialectic of sex di Shulamith Firestone e Sisterhood is powerful di Robin Morgan. Secondo questa corrente, il concetto che spiega l’oppressione femminile è il patriarcato: l’oppressione della donna viene da sempre esercitata dall’uomo all’interno della famiglia. L’oppressione subita, fino ad allora rinchiusa nelle mura domestiche, è un’ingiustizia e come tale va smascherata, resa pubblica: il personale è politico.
In quest’ambito emerge il concetto di differenza: in un mondo fatto dagli uomini e per gli uomini, le femministe avvertono l’esigenza di creare spazi di espressione alternativi, di riconcettualizzare la realtà da un punto di vista femminile e valorizzare la cultura femminile. Esse sostenono la necessità di salvaguardare la propria specificità, perché in quanto donne hanno particolari bisogni, capacità e interessi.

Queste due prospettive sono sempre state entrambe importanti, ma difficili da coniugare: il femminismo liberale e quello radicale degli anni Settanta rappresentano la divaricazione esasperata di due poli teorici – uguaglianza e differenza -, entrambi fondamentali.
Su suolo italiano, le due divisioni possono essere ricondotte – seppur a grandi linee e con delle differenze – al movimento emancipazionista e al neofemminismo (che, attenzione, non è post femminismo).

ANNI NOVANTA

La contrapposizione viene, almeno parzialmente, superata negli anni Novanta, con lo sviluppo del modello delle pari opportunità: le donne non devono essere uguali agli uomini, omologarsi ad essi, ma devono avere le stesse possibilità di studiare, lavorare, fare carriera, valorizzando la propria specificità e, soprattutto, su base di libera scelta individuale. Nel femminismo degli anni Novanta emerge anche la necessità di considerare le differenze all’interno dello stesso genere femminile (e poi maschile): si sostiene che le differenze di classe, razza, etnia e religione comportano diversi modi di pensare e agire di cui bisogna tener conto per arrivare a un’effettiva uguaglianza di diritti . Con l’arrivo del terzo millennio si parla perciò di femminismo intersezionale (termine creato da una giurista statunitense per indicare la sovrapposizione di diverse identità sociali e le possibili discriminazioni).

Uno dei temi che da decenni unisce i movimenti femministi? La necessità di battersi contro la violenza di genere.
Nell’insieme, possiamo sicuramente affermare che il termine femminismo deve essere usato al plurale: esistono tanti femminismi, con sfumature e micro-obiettivi distinti.
Ci teniamo a concludere questo articolo con una precisazione di vitale importanza: i femminismi non sostengono la superiorità del genere femminile sul maschile. Precisazione che ci pare dovuta, vista la confusione che sembra regnare ultimamente sul significato del termine.


Nelle prossime settimane continueremo ad approfondire alcune tematiche legate al femminismo e alle donna. Intanto fateci sapere cosa pensate di questo articolo 🙂

ALEX

Contenuti tratti da "La comunicazione di genere" di Saveria Capecchi.

Femminismo

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