DIARIO VCUC: tre opere dagli Uffizi di Firenze…

Buongiorno a voi, cari lettori!
Quest’estate io ed Emme siamo stati nella bella (e al tempo fin troppo calda) città di Firenze, una delle culle dell’arte italiana. Vi abbiamo già parlato del nostro soggiorno QUI: vi abbiamo raccontato quali chiese e musei abbiamo visitato, nonché dove abbiamo dormito e vi abbiamo anche consigliato (e sconsigliato) qualche ristorante. Oggi – a distanza di diversi mesi, lo sappiamo… ma abbiamo dovuto preparare gli esame e la sottoscritta ha finito la tesi – vorremo invece parlarvi nello specifico delle opere d’arte custodite a Firenze che più abbiamo apprezzato e che ci hanno emozionati.
In questo post ci focalizziamo su tre dipinti (in realtà due singoli + una serie) conservati agli Uffizi; nelle prossime settimane invece approfondiremo tematiche contemporanee (come lo stupro) a partire da alcune opere che abbiamo ammirato a Firenze.


Agli Uffizi…

“La Venere di Urbino” di Tiziano
(1538, olio su tela, cm 119 X 165)

Descrizione
Il quadro venne realizzato su commissione di Guidobaldo II Della Rovere nel 1538, che voleva impiegare l’opera come monito amoroso per la sua giovane moglie, Giulia da Varano: il tema centrale del dipinto è infatti il valore della fedeltà.
In primo piano Tiziano dipinge Venere sdraiata, completamente nuda su un materasso. Il suo sguardo, che in parte sfida lo spettatore ma che al tempo stesso mette in risalto il pudore della dea, è rivolto direttamente a noi che la osserviamo. La dea, pur sapendo di essere bellissima, mostra anche il suo lato più umano e si copre perciò le parti intime.
Alcuni elementi porpora richiamano la passione, come il materasso, l’abito dell’ancella e le rose – le quali, lasciate cadere dalle mani della donna, alludono anche alla bellezza che con il passare degli anni “appassisce”. L’effimerità di questo attributo fisico sottolinea l’importanza di un altro valore: la fedeltà. Questa virtù è richiamata da numerosi elementi, tra tutti spicca il cagnolino ai piedi di Venere. L’orecchino di perla a forma di goccia indossato dalla protagonista allude invece alla purezza, altra caratteristica che una buona moglie avrebbe dovuto possedere. In combinazione, il cane e l’anello al mignolo di Venere possono essere interpretati come una sorta monito per la moglie di Guidobaldo, suggerendole di essere sensuale soltanto nei confronti di suo marito.
Proprio all’altezza dell’inguine di Venere, Tiziano pone la fine della parete scura che si trova alle spalle della protagonista; sulla destra, si apre un’altra scena, con protagoniste due ancelle di Venere, che stanno cercando delle vesti da far indossare alla dea. Il netto gioco tra le tonalità chiare e quelle scure sullo sfondo mettono in risalto il corpo della protagonista.
Curiosità più tecnica: Tiziano fu esponente del cosiddetto “tonalismo veneto”, ovvero una tecnica pittorica che permette di ottenere effetti di luce, ombra e profondità senza l’uso del chiaroscuro, ma solo con variazioni di colore.

Perché l’opera ha catturato la nostra attenzione?
Alex si è innamorata delle delicatezza del viso di Venere, nonché del tono rosso porpora del materasso e dei contrasti tra la Venere, il letto e il tendaggio retrostante. In particolare ci sembra particolarmente suggestivo il modo silenzioso ma diretto con cui l’autore attira lo sguardo dello spettatore sulla femminilità della protagonista.


“Virtù” di Piero del Pollaiolo e Sandro Botticelli
(1469-1470, olio su tela, cm 167×87 cm ca)

Descrizione
Agli Uffizi c’è una sala dedicata a Piero del Pollaiolo. In questa sala si incontrano sette tavole che catturano subito l’attenzione: si tratta delle Sette Virtù (quattro cardinali e tre teologali), raffigurate come donne con specifici attributi. Tutte le tavole sono opera del Pollaiolo… fatta eccezione per una, quella rappresentante la Fortezza, realizzata da un giovane Sandro Botticelli.
Partiamo proprio da quest’ultima. La Fortezza è una giovane donna che indossa un’armatura sopra la veste leggiadra e impugna lo scettro del comando; nonostante gli attributi militareschi, la virtù allude alla forza e alla perseveranza nel perseguire il bene. La tavola è l’unica realizzata su un’asse di pioppo, le altre sono di cipresso; inoltre salta subito all’occhio la diversa cura e ricchezza di dettagli che i due artisti hanno dedicato allo scranno marmoreo. Sono da notare anche la resa della profondità e la consistenza delle vesti, che paiono quasi “bagnate” e così definiscono la struttura corporea.
Passiamo ora alle opere realizzate dal Pollaiolo.
La Fede viene rappresentata da una donna che regge in una mano il calice e la patena (la ciotola per l’ostia), mentre nell’altra brandisce una croce. Il suo colore caratteristico è il bianco, simbolo di purezza e apertura. La Fede guarda verso l’alto, consigliando all’uomo di fare lo stesso: rivolgere lo sguardo a Dio.
La Carità è rappresentata da una donna che allatta il suo bambino, simbolo dell’umanità bisognosa. Nell’altra mano la Carità regge una fiamma, simbolo dell’amore ardente e disinteressato verso il prossimo. Il suo colore caratteristico è il rosso.
La Speranza è una donna vestita di verde con le mani giunte e lo sguardo rivolto verso il cielo da dove attende la salvezza. Anche se in questo dipinto manca, il suo caratteristico attributo iconografico sarebbe l’ancora, la cui forma ricorda la croce, speranza di ogni credente.
La Giustizia tiene in mano il globo, mentre nell’altra regge una spada con la quale applica in modo imparziale le sentenza. Il globo sta a indicare che l’intero mondo dovrebbe essere guidato da questa virtù. La posa della donna indica invece che la Giustizia è sempre all’erta, pronta intervenire in caso di necessità. A differenza di altre Virtù della serie, il trono non è inquadrato da transenne, ma è posto su uno sfondo scuro. 
La Temperanza è simboleggiata da una donna, calma e composta, che stempera il vino con l’acqua, simboli antitetici di purezza e sensualità, eccesso e sobrietà. La Temperanza media tra qualità opposte ed evita gli eccessi, cercando l’equilibrio.
Infine abbiamo la Prudenza che regge in mano uno specchio col quale si guarda alle spalle. Tale attributo iconografico deriva dal passo del Libro della Sapienza che dice: “La sapienza è uno splendido riverbero della luce eterna, specchio puro dell’attività di Dio, immagine della sua bontà” (Sap 8,26).  Lo specchio è anche uno strumento indispensabile per “conoscere se stessi”, processo senza il quale non è possibile fare davvero del bene. Nell’altra mano la Prudenza regge un serpente; anche questo attributo deriva dalla Sacra Scrittura e precisamente dal passo evangelico di Matteo dove Gesù afferma: “Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe” (Mt 10,16). Nel mondo pagano, il serpente (che si mangia la coda – l’uroboro) rappresenta l’eternità; trasferito in un contesto cristiano, fa riferimento alla necessità di applicare sempre con costanza questa virtù.
La prospettiva usata per le tavole è “a grandangolo”, cioè estremamente scorciata in profondità, e permette così di mostrare al contempo sia i lati inferiori che superiori dei troni come se essi fossero di dimensioni enormi. L’influenza della pittura fiamminga è evidente nella cura dei dettagli, tra cui per esempio i tappeti ai piedi delle Virtù.

Perché l’opera ha catturato la nostra attenzione?
Abbiamo scelto questa serie di tavole perché affascinati dalla simbologia (comunque tradizionale) con cui sono state incarnate le virtù. Le prosopopee ci piacciono sempre 😉


“La Madonna dal collo lungo” del Parmigianino
(1534-1540, olio su tela,  216×132 cm)

Descrizione
L’opera, realizzata dal Parmigianino tra il 1534 e il 1540 e mai terminata, rappresenta una slanciata Madonna che tiene tra le braccia il corpo cadente di Gesù Bambino. La Madonna sembra seduta su un trono, che però risulta invisibile allo spettatore, e le sue forme sono allungate, caratteristica evidente in particolare nel collo graziosamente curvato (che dà anche il titolo al dipinto). La pala non è simmetrica, infatti tutte le figure sono accalcate nella parte sinistra, lasciando invece la zona destra piuttosto libera: oltre alla protagonista, sono presenti sei angeli; uno di questi porge alla donna un vaso d’argento, nel quale si vede riflesso il futuro del Figlio che ella tiene sul grembo: una croce. Colpiscono l’effetto bagnato dei panni di Maria, nonché la sua elaborata acconciatura, che si discosta dalla tradizione di rappresentarla velata.
Sullo sfondo si intravede un colonnato non completo, mentre sulla destra è stato dipinto un minuscolo uomo che sorregge una pergamena: probabilmente un profeta. L’opera non è stata finita, e ciò è evidente dall’incompiutezza dello sfondo, di un angelo, dei uomini sulla destra… 
Il colore è leggero e trasparente. Un aspetto tipicamente manierista di quest’opera è lo sconvolgimento delle proporzioni umane, come del resto il titolo suggerisce: non solo il collo della Vergine è più lungo del normale, ma anche la gamba dell’angelo sulla sinistra, le dita di Maria e il corpo della stessa lo sono. Questo incredibile allungarsi delle figure, lontano dai canoni del Rinascimento, è una deformazione per lo più intellettualistica, tesa a dare un aspetto più elegante e sofisticato alle immagini.

Perché l’opera ha catturato la nostra attenzione?
Oltre alla grazia ispirata dalle figure allungate, che danno un senso di estrema raffinatezza, riteniamo che l’incompiutezza del dipinto contribuisca a darle un fascino speciale: l’opera sa palesemente di non finito e ciò aggiunge un tono drammatico di rilievo teatrale, una sfumatura di incantevole tragicità.


Siete già stati agli Uffizi di Firenze? Quali opere vi hanno colpiti di più? Vi piacciono le nostre scelte?

ALEX

arte, Firenze, viaggi

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