RECENSIONE: Tre piani di Eshkol Nevo

TITOLO: Tre piani
AUTORE: Eshkol Nevo
PAGINE: 255
EDITORE: Neri Pozza

TRAMA (redatta da Adelaide):
Il libro narra di tre personaggi che abitano, ognuno in un piano diverso, nella stessa palazzina. Suddiviso in tre lunghi racconti, a parlare nel primo è un uomo che, a cena con un amico scrittore, racconta dell’amicizia con la coppia di anziani dirimpettaia incrinatasi a seguito di un “rapimento” ai danni della propria bambina da parte dell’anziano vicino, affetto da Alzheimer. Nel secondo ascolteremo una giovane donna, madre di due figli e con il marito sempre in viaggio, raccontare di essersi ritrovata a ospitare il cognato in fuga dalla polizia e da gente che vuole ucciderlo. Nel terzo e ultimo racconto vedremo una vedova, giudice in pensione, che ritrovando la voce registrata del marito su una vecchia segreteria telefonica, comincia a lasciargli dei messaggi raccontando come si svolge la sua vita da quando lui non c’è più.

RECENSIONE

Il testo è costituito sostanzialmente da tre monologhi che raccontano del bisogno di comunicare e dell’incapacità di farlo, almeno nel modo corretto, quando i diretti interessati sono di fronte a noi; il sottotesto sta tutto nel bisogno di raccontarsi senza filtri, mossi dalla voglia di ritrovare se stessi e la propria autonomia.

L’israeliano Nevo sceglie dinamiche interessanti: laureato in psicologia conosce bene l’animo umano, concatena eventi fino a stravolgere scenari e rapporti consolidati.
Nel primo racconto ci mostra come la mente umana decida di seguire un’idea piuttosto che un’altra a discapito anche di ogni evidenza, arrivando a conseguenze inaspettate.
Nel secondo, invece, sentiremo la donna/madre/moglie confidare a un’amica, tramite una lettera, l’avventura vissuta con il cognato fuggiasco. In questo racconto l’autore va per accumulo, saltando da un argomento a un altro, proprio come si fa quando si conversa tra amiche e vengono fuori i ricordi più disparati; in questa sorta di soliloquio prevale il rapporto con se stessi e con il proprio compagno, le decisioni che si prendono, giuste o sbagliate che siano. Si cercano conferme dal mondo esterno, meglio se da quello che ci ha visti giovani e pieni di aspettative.
Nell’ultimo ascolteremo la giudice in pensione che sulla segreteria telefonica lascia messaggi sulla sua quotidianità al marito che non c’è più. La vita dell’anziana signora, però, comincia a cambiare nel momento in cui decide di partecipare a una protesta collettiva. Un messaggio dopo l’altro, lei finirà per parlare del vero rapporto che c’era tra loro due e quanto sia stato determinante l’atteggiamento di lui nel rapporto, oltremodo complicato, con il figlio.

Pur trattandosi di monologhi, la lettura non è affatto noiosa, la scorrevolezza della scrittura e le vicende che si susseguono catturano il lettore sebbene ogni finale…
Ho trovato il libro originale sia per la stesura – l’assegnazione di un racconto a ogni piano – sia per le tematiche scelte. Il fattore comune in apparenza sarebbe il medesimo domicilio dei tre personaggi, mentre – in realtà – è rappresentato dalla voglia di comunicare con il mondo esterno, al fine di trovare comprensione, giustificazione, ma anche esaudire la voglia di confessare la verità.
Lettura interessante.


Adelaide J. Pellitteri


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