RECENSIONE: Onor Mensae – L’eredità di Umberto Eco di Giorgio Mazzotti

TITOLO: Onor Mensae
AUTORE: Giorgio Mazzotti 
EDITORE: Lettere Animate Editore
PAGINE: 236
TRAMA:
Milano, 2016. Nella calda estate di quell’anno due bibliotecari della Sormani vengono mandati per conto del Comune al civico tredici di Piazza Castello con un compito ben preciso: riordinare secondo ragione e logica l’immensa collezione libraria di Umberto Eco. Il compito non è semplice: si tratta di catalogare oltre trentamila volumi. L’obiettivo, dopo aver rigenerato ordine dal caos, è di trasformare la raccolta echiana in una biblioteca di pubblica lettura. Durante i lavori il protagonista si imbatte in un libro falso contenente un misterioso foglietto, scarabocchiato da combinazioni alfanumeriche. Si tratta di un enigma; in palio c’è l’eredità, non solo materiale, di uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi. Saranno i protagonisti in grado di giungere fino alla risposta?

RECENSIONE

La letteratura è il patrimonio inestinguibile dell’umanità: i libri costituiscono la storia dell’uomo, che è sempre stata legata a vari contesti socio-culturali; l’evolversi delle varie civiltà ha prodotto un numero inesauribile di testi di vario genere e di vari settori scientifico-disciplinari, infatti basti pensare all’ Enciclopedie dell’Illuminismo che venne alla luce grazie all’encomiabile impegno di Diderot e D’Alembert, i quali ordinarono in ordine alfabetico tutti le arti che univano le diverse scienze. Di matrice illuminista è il pensiero di Umberto Eco, soprattutto per quanto riguarda la libertà di pensiero al di là di ogni dogma, non solo religioso: l’eredità del semiologo è proprio questa e consiste nel saper usare la ragione e l’intelletto senza idolatrare niente e nessuno, neanche la razionalità stessa perché anche questa potrebbe, a volte, rivelarsi fallace.
In Onor mensae – L’eredità di Umberto Eco l’autore Giorgio Mazzotti attraverso la sua ironia costruita con un ottimo artificio letterario in armonia con la sua ricerca storico-letteraria prende per mano il lettore fra le passioni e i dotti studi del medievalista; è come se mediante la vicenda dei bibliotecari (Filippo Dara e Saverio) riuscisse a tratti a riesumare la figura imponente di Umberto Eco. Sicuramente anche il lettore più disattento noterà che Filippo è l’alter ego dell’autore, colui che meglio rappresenta la personalità di Giorgio Mazzotti; tuttavia bisogna anche considerare, come l’autore stesso precisa nel prologo, che in questo caso lo scrittore e aspetti distinti del suo carattere albergano in Saverio e ci sono perfino delle evidenti analogie tra il fu Umberto Eco e Giorgio Mazzotti, tanto è vero che egli ama sottolineare che gli sarebbe piaciuto vivere e studiare in un eremo al pari del medievalista. Fra i vari capitoli del romanzo questo grande filosofo riprende vita, l’autore compie la complicata impresa di farlo rivivere.
L’enigma nascosto nell’opera è a dir poco geniale, infatti cos’è “Onor mensae”? Sembrerebbe una parola latina, ma in latino non ha in sé alcun significato, quindi è un anagramma, però man mano il mistero si infittisce e diventa sempre più intricato e complesso; sarà compito dei nostri bibliotecari svelare il “gran segreto” nascosto, il dilemma che il filosofo ha voluto lasciare ai posteri come eredità (è geniale l’idea di inserire fra una delle strategie il codice cifrario di Cesare).
L’abnegazione dei protagonisti è davvero invidiabile e, allo stesso tempo, lodevole: Saverio e Filippo sono davvero appassionati del loro lavoro. Concordo pienamente con alcune affermazioni della voce narrante, che combacia perfettamente con il racconto in prima persona del bibliotecario più giovane (Filippo Dara), secondo il quale i libri non sono oggetti morti, ma anima viva, soggetti narranti che regalano emozioni e sogni a chiunque li legge. I documenti, anche quelli che riportano “false verità”, non vanno distrutti giacché sono testimonianza di un passato storico in cui l’immaginario collettivo ragionava, rifletteva, pensava e imparava in un altro modo.
Nell’incipit Filippo descrive brevemente la sua infanzia e l’evolversi della sua adolescenza, in cui man mano le amicizie scemeranno e la sua compagna più intima sarà la letteratura di ogni genere. L’autore impiega un lessico colto e ricercato, frutto di questa vitale passione; a mio giudizio perfino le citazioni latine disseminate fra le pagine di questo accattivante romanzo sono legittime e incalzano ancora di più il soggetto privilegiato dell’opera, ossia uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, Umberto Eco. Fra l’altro, il termine “eco” nel gergo comune indica un agente che fa sentire la sua voce come una sorta di rimbombo e certamente così accadrà nei secoli per il nostro medievalista soprattutto il suo romanzo Il nome della rosa sarà sempre tra i libri consigliati da leggere quando si affronta al liceo l’affascinante e maestosa età medievale.
Le abilità espressive e descrittive del nostro autore non si possono che ammirare: egli mette nero su bianco con dovizia di particolari il patrimonio artistico della città di Urbino, la biblioteca e l’Aula Magna dell’Università di Bologna; il testo non manca di cenni storici ben contestualizzati ai monumenti, ai romitori e agli eremi e il lessico è ricco di termini architettonici di rilievo come “guglie” e “capitello corinzio”. 

L’amore per la storia della letteratura trasuda da questo romanzo tanto da ricordare molti romanzieri e poeti, dall’antichità a oggi, come Virgilio, Omero e Verne; è sicuramente un alto tributo alla cultura e alla figura di Umberto Eco come letterato e filosofo di sommo rilievo e non ci sarebbe stato miglior modo per omaggiare la sua degna memoria.
L’autore si è voluto ammantare di una grande responsabilità e ha svolto un lavoro letterario che richiede molto coraggio e onestà intellettuale e a Giorgio Mazzotti il tripudio di queste qualità non sono mancate; speriamo che potrà, in futuro, sempre di più accrescerle e fortificarle, già Onor Mensae – L’eredità di Umberto Eco è senza ombra di dubbio un ottimo auspicio.

Sabrina Santamaria

autori emergenti

Commenti (2)

  • Adelaide J. Pellitteri

    Ho amato Il nome della rosa e Umberto Eco, non potrò perdermi la lettura di questo libro. La recensione mi ha convinta.

  • E vero,un lavoro a norme.Se si pensa 30.000 mila libri da catalogare,riordinare ,solo un gran professionista possa fare,un appassionato dei libri. Mi sono piaciute le sue opere di gran maestro Umberto Eco.Una bella recensione che può incuriosire.Grazie per publicisare.

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