RECENSIONE: Il giardiniere con i guanti di grafite di Francesco Nicolò

TITOLO: Il giardiniere con i guanti di grafite
AUTORE: Francesco Nicolò
EDITORE: GFE
PAGINE: 439

TRAMA:
Uno scrittore vessato dai sensi di colpa ripercorre i misteriosi e angoscianti fatti che hanno caratterizzato la sua vita. Sognando di poter incantare il mondo con le proprie parole e di potersi trasformare tramite la letteratura in un formidabile seduttore, ha impugnato una matita, vettore di un’oscura maledizione, pronta a ispirarlo e a concretizzare tutte le sue velleità. Creazione dopo creazione, il mezzo trasforma la sua esistenza in un terribile incubo.

RECENSIONE

Uno scrittore sfinito dai sensi di colpa mette nero su bianco la sua vita: si tratta di vere e proprie confessioni che scrive a se stesso appellandosi “vecchio io”. Ossessionato fin dall’adolescenza dal sogno di diventare un grande scrittore, ripercorre le tappe che hanno scandito la sua trasformazione da sognatore a preda di un incubo.

Ho sintetizzato al massimo la trama perché preferisco recensire Il giardiniere con i guanti di grafite servendomi dei tanti stralci che ho evidenziato leggendolo. Premetto che si tratta di un libro tanto strano quanto intrigante, certamente diverso dai soliti, per me originale. Una trama che oscilla tra immaginazione e realtà, che lascia trasparire quanto in là si possa arrivare con la forza delle parole e quanto si è disposti a spingersi oltre il lecito quando si è vittime del proprio ego.
Pur muovendosi in una comune quotidianità, fatta di famiglia e lavoro, pagina dopo pagina scopriamo come il personaggio/scrittore abbia vissuto in una realtà parallela fatta di storie dai risvolti horror. A manovrare il suo scarso talento fino a farlo diventare un romanziere da best-seller è una matita che egli, ancora adolescente, riceve da un misterioso venditore di cianfrusaglie.
La scrittura del Nicolò ha un lessico vario, è scorrevole e offre molti spunti di riflessione.  Di tanto in tanto il lettore si troverà spiazzato davanti a un narratore diverso dall’Io narrante che ci accompagna fin dall’inizio (come accade a pag. 305 e a pag. 358 e in altre pagine ancora), ciò nonostante la trama non perde mai la sua attrattiva.
Il romanzo è costellato da personaggi surreali e mostri, talvolta anche domestici, come il cane Reb e il gatto Jack.

Di seguito le descrizioni che più mi hanno colpito.

Così descrive la moglie: Un paio di anni fa l’avrei descritta come una casalinga che si rifiuta di andare a fare la spesa. Una donna depressa a ore alterne, dedita all’ozio più improduttivo e a continue lamentazioni. Una sperperatrice di tempo e soldi, fra centri commerciali ed estetici, corsi di yoga e abbonamenti al teatro. E questo è quanto. Per il resto, non so proprio che cosa aggiungere. Poi l’autore prosegue con la descrizione della figlia: Magari è importante ricordare il fatto che ho una figlia adolescente. Strana creatura, con la quale spero di poter entrare un giorno in contatto. Per ora ho goduto solo della sua ombra. Una presenza sfuggente. Vederla camminare, sentirla parlare o starle accanto mentre mangiava mi spaventava: non sono mai riuscito a cogliere la sua essenza, a giustificare la sua evoluzione (pag.13)

Questo il suo arrivo in montagna, a casa dai nonni, dove avrà inizio la sua storia: Mi mandarono in montagna. In uno sperduto borgo del Trentino: due nonni semisconosciuti reclamavano la presenza di un nipote che non vedevano da anni. I miei avevano insistito, e così eccoci là, sul finire di giugno, a respirare l’aria frizzantina mentre la mente fuggiva lungo i tornanti da voltastomaco, giù fino alle sdraio e agli slip sgambati. Qualche nuvola incoronava le cime bianchicce, stagliate contro un cielo un po’ troppo azzurro. I pochi indigeni pascolavano lenti per le viuzze tutte uguali di un paese quiescente, in attesa dei primi forestieri. Soltanto i rumori secchi dei bastoni dei vecchi echeggiavano per le strade e rimbalzavano poi fra i tetti spioventi, prima di perdersi nel cinguettio degli araldi della bella stagione. Cinque righe per dire che i miei genitori mi scaricarono davanti a una baita color crema di cui ricordavo poco e niente. (pag.18)

Una bella descrizione delle sere: E venne sera, una di quelle sere rustiche, da montagna, che quasi cominciavo ad apprezzare. Mica sono tutte uguali le sere, vecchio mio… Ci sono le sere parigine illuminate dalla poesia decadente e dai cliché. Le sere londinesi, che ignorano luna, stelle e limiti morali. Le sere caraibiche mai stanche di ancheggiare. E le vecchie sere milanesi, che stringono le case in un abbraccio di bruma. Di certo, in tanti avranno avuto la fortuna di vedere una sera montanara. Eppure non tutti l’avranno saputa guardare. (pag. 56)

E non mancano paragrafi di pura poesia: E poi, fra gli alti steli del prato più prossimo alla riva, si levava una miriade di fiori spontanei fuggiti dall’ombra mortifera degli alberi più vecchi: un paradiso di tinte, contrasti e macchie vibranti, che contemplava dal suolo, a petali aperti in orazione, l’adorata potenza del sole. (pag. 82/83)

E infine: …Si è mai chiesto perché la matita ha voluto che lei scrivesse e poi vendesse tanti libri?» Quella domanda mi destabilizzò. No, non me l’ero mai chiesto. «Non lo so» mormorai. «E, francamente, a questo punto, non mi interessa nemmeno più». «Ne è sicuro? Io posso provare a spiegarle, nei miei limiti». Mentre pronunciava quelle ultime parole vidi lampeggiare i suoi occhi. Una scintilla di malignità o di paura gli faceva tremolare le pupille. Era come se fosse sedotto e allo stesso tempo atterrito da ciò che tentava di esprimere. Anch’io avevo paura. Paura di capire. (pag. 325)

Potrei continuare ancora, ma lascio a voi lettori il piacere di immergervi in questa strana storia.

Adelaide J. Pellitteri

autori emergenti, horror, mistero, recensione

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