RECENSIONE: I mandarini di Ciaculli. Una saga familiare nella Sicilia del dopoguerra di Roberto Tagliavia

Roberto Tagliavia, uno straniero in patria.

TITOLO: I mandarini di Ciaculli
AUTORE: Roberto Tagliavia
EDITORE: Zolfo
PAGINE: 816

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TRAMA (redatta da Adelaide):
Rampollo di una tra le più facoltose famiglie palermitane già al tempo dei Florio e dei Ducrot, in questo monumentale romanzo l’autore ci racconta il suo vissuto (e non solo). Tra fatti e misfatti, mette in ordine l’ascesa della mafia alla classe imprenditoriale e politica siciliana, modalità sperimentate sulla propria “pelle” (ovvero sull’azienda di cui era erede insieme ai cugini). Un’eredità che nel 1965, alla morte del Conte Salvatore Tagliavia (rifondatore di una società di navigazione riportata al massimo sviluppo nell’immediato dopoguerra), ammontava a 150 miliardi di lire, saccheggiata da figure oscure e meschine, in due sole parole: mafiosi e collusi. Punto per punto, passo dopo passo Roberto Tagliavia ci spiega i mille motivi per cui un’impresa in ascesa e leader a livello europeo – con rapporti solidi anche con compagnie di navigazione d’oltreoceano – sia arrivata al declino irreversibile.
Il romanzo, però, non è solo una saga familiare, tutt’altro, è quasi un trattato storico che vede anche il declino del Partito Comunista. Attivista impegnato nella zona del corleonese, il Tagliavia assume in seno al partito, a periodi alterni, diverse cariche fino a quella di funzionario e consigliere comunale. Seguendo gli alti e bassi, le piccole vittorie e le grandi sconfitte del P.C. lo abbandonerà e lo rifrequenterà più volte, fino alla trasformazione definitiva in Partito democratico della sinistra. Da Berlinguer ad Occhietto, da Veltroni a Fassino, il Tagliavia ci narra le vicende che lo videro – come il San Giovanni biblico – “voce nel deserto”; Roberto che aveva a cuore i principi di tutela della classe operaia e proponeva progetti rivoluzionari a favore della collettività, in un modo o in un altro veniva costantemente ignorato (quando non contrastato del tutto) dai compagni. Per il PC, lui non era credibile per la sua appartenenza alla casta dei padroni, mentre in casa era ritenuto nemico per le sue idee politiche.
La parte politica occupa moltissimo spazio di questa opera immensa che conta ottocento e più pagine, e per questo definirlo semplicemente un romanzo non dà chiara idea di cosa in effetti sia. Vengono citate le guerre di mafia, gli omicidi di magistrati e giornalisti, ma anche la rivoluzione studentesca del ’68, l’occupazione delle università (di cui Roberto fu un attivo promotore), delle Brigate Rosse, i terremoti politici e quelli reali come quello dell’Irpinia.
Osteggiato fino all’inverosimile in ogni iniziativa politica, legale e familiare, riuscirà alla fine Roberto a far valere i diritti dei Tagliavia sui beni usurpati?

RECENSIONE

Con un incipit in media res l’autore ci introduce nelle stanze di una casa nobiliare della bella, antica e perduta Palermo, in cui viveva da ragazzo. Tra vicoli che ancora portano tracce dei bombardamenti si aggira con una macchina fotografica e i suoi ricordi d’infanzia muovendo i primi passi verso una giovinezza piena di amaro stupore. Si imbatte in antichi palazzi sventrati e abbandonati alla mercè di vandali, incontra impiegati indolenti, scopre l’esistenza di leggi inefficaci.

Il testo di Roberto Tagliavia, tecnicamente, si presta a varie classificazioni. A tratti potrebbe definirsi un diario, per le pagine dedicate agli anni scolastici, o per la precisione di date per gli incontri del partito, mentre non sarebbe errato definirlo un romanzo di formazione giacché il giovane Roberto prende coscienza dello stato in cui versa la società che lo circonda e ne prende le distanze maturando il suo pensiero fondato sull’uguaglianza e la giustizia sociale. Non può essere un errore nemmeno definirlo un romanzo storico (in alcuni tratti ho percepito lo stesso sapore di Un cappello pieno di ciliegie della Fallaci) per via del punto in cui Roberto recupera stralci del vissuto dei suoi antenati (tra garibaldini e risorgimento), mentre in tutta l’evoluzione politica del periodo che va dagli anni settanta fino ai tempi recenti (alla giunta Orlando, per intenderci) troviamo i toni del saggio politico.
Nella sua lunga cronistoria non mancano i picchi di pura narrativa, li troviamo quando descrive i paesaggi siciliani, gli appezzamenti coltivati, le albe e i tramonti di una terra da sogno, ricca per natura e costantemente depredata.
Che Roberto Tagliavia sia un avvocato lo si percepisce dall’uso di termini specifici, tipico degli addetti ai lavori, eppure la sua scrittura risulta assai scorrevole e chiara, forse leggermente prolissa quando è la politica a prendergli la mano, ma pur sempre efficace.
Non di meno, il testo è ricco di notizie e curiosità come questa: “Nel Giardino Garibaldi di piazza Marina, dove giganteggiava il primo Ficus-Macrophylla piantato in città, dono dell’imperatore del Giappone.”
O come questa “…quello col postale di Napoli quando ancora le auto si caricavano a bordo sollevandole con la gru e la rete giapponese”. 
Suggestive sono le descrizioni di Palazzo Sambuca e della Palermo bombardata, così come quella della tenuta della Favarella ai Ciaculli.

Riporto di seguito diversi estratti per dare un’idea sia della scrittura gradevole quanto degli innumerevoli argomenti trattati in grado di rendere onore al lavoro dell’autore più di quanto possa fare io con la mia modesta recensione.

“Ebbi l’inattesa consapevolezza di una civiltà scomparsa il cui ultimo contraddittorio barlume fissavo in quel salotto, dentro un incongruo edificio popolare. Buffo epilogo: un comunista in casa dell’aristocratico e l’aristocratico in una casa popolare! Beffa delle beffe, una casa costruita per i lavoratori e finita, chissà come, a un latifondista, reduce di storie spietate.”

“[…] mi ribolliva il sangue per essere incappato in quel luogo di patrimoni persi, sempre in bilico sulla palude delle coscienze. La stessa palude dove era svaporato il sogno di Ciaculli.”

“È difficile capire lo stato d’animo, la tragedia esistenziale che abbiano attraversato quanti di noi avevano fatto la scelta di ispirare la propria vita ai valori della solidarietà sociale, della non competizione, del rispetto delle persone, del loro lavoro, delle loro idee, delle loro differenze; quanti di noi si erano immersi nel progetto di realizzare fino in fondo i valori della Costituzione. Quello che feriva di più era la percezione d’isolamento dal senso comune del mondo che ti circondava, addirittura delle persone che ti eri scelto […]”

Un libro che andrebbe letto da chi chiede a noi siciliani come abbiamo fatto a cadere così in basso, o dagli alunni che del passato glorioso scritto sui libri di storia non trovano nel presente altro che degrado.

Adelaide J. Pellitteri

recensione, romanzo storico, Sicilia, storia

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