RECENSIONE: Cursed di Thomas Wheeler (illustrato da Frank Miller)

Rinnovare è bene…  ma a volte evitare è meglio.

TITOLO: Cursed
AUTORE: Thomas Wheeler 
EDITORE: Mondadori
PAGINE: 416

TRAMA:
Nimue è cresciuta come un’emarginata. Il suo legame profondo con la magia oscura spaventa tutti gli abitanti del villaggio di druidi in cui è cresciuta e lei non desidera altro che partire… Fino a quando la sua gente viene massacrata dai Paladini Rossi e il destino stesso di Nimue cambia per sempre. Incaricata dalla madre morente di riportare un’antica spada a un leggendario stregone, Nimue diviene l’unica speranza del suo popolo. La sua missione non lascia spazio alla vendetta, ma intanto il suo potere cresce e con esso il suo desiderio di rivalsa. Nimue inizia così a far squadra con un affascinante mercenario di nome Artù e con il popolo in fuga dei Fey provenienti da tutto il regno. Lei impugna la spada destinata all’unico vero re, affrontando i paladini e gli eserciti di un tiranno corrotto. Nimue combatte per riunire la sua gente, vendicare la sua famiglia e scoprire cos’ha in serbo per lei il destino. Ma forse la risposta la troverà proprio sul filo di una lama.

RECENSIONE

Innanzitutto vorrei, come è doveroso, ringraziare il gruppo Mondadori per averci inviato una copia in cartaceo e averci perciò dato la possibilità di leggere e recensire questo testo, che però, lo dico sin da subito, non mi ha convinto.

La storia di Cursed vuole essere una reinterpretazione del ciclo bretone e quindi ecco che, per forza di cose, devono fare capolino personaggi iconici e ben sedimentati nell’immaginario collettivo. Personaggi come Artù e Uther Pendragon, Lancillotto, Morgana, Merlino e la stessa Nimue.
Ora parliamoci chiaro: tutto ciò che so del ciclo bretone non deriva da una lettura integrale ma bensì dalla conoscenza che se ne ha nel senso comune, una conoscenza che deriva principalmente da film, serie Tv e piccoli racconti sparsi; non sufficiente per cogliere forse richiami e citazioni più “profondi”  ma perfettamente sufficiente per avere un’idea, seppur vaga, del materiale di cui tratta questo testo.
Chi mi conosce sa bene che, tendenzialmente, sono contrario alle reinterpretazioni e/o alle ricontestualizzazioni di personaggi e/o storie. Questo perché difficilmente il valore e i messaggi veicolati dalla nuova opera sono anche solo lontanamente paragonabili a quelli dell’originale, facendomi così pensare che, più che per raccontare qualcosa di nuovo a partire da qualcosa di vecchio, si sia sfruttato il vecchio per “spingere” e nobilitare il nuovo. Mi fa sempre storcere il naso.
Anche in questo caso ci ritroviamo in una situazione analoga a quella sopra descritta.

Con il ciclo bretone questo testo non ci azzecca nulla se non i nomi dei personaggi e di alcuni luoghi e piccoli elementi folkloristici. Fine. 
Si poteva dare qualunque altro nome ai personaggi e il tutto avrebbe funzionato (male) ugualmente, anzi paradossalmente sarebbe potuto essere meglio, disancorandosi dalle aspettative che determinati immaginari si portano inesorabilmente dietro. 

I personaggi non si salvano, o meglio… si trovano in una delle condizioni peggiori in cui dei personaggi si possano trovare. Sono nel limbo dell’indifferenza. Scontati, piatti, banali
Beninteso non sono troppo archetipici o stereotipici, il che è certamente un punto a loro favore; tuttavia sono bidimensionali, poco o per nulla approfonditi dal punto di vista psicologico (la protagonista è caratterizzata solo da due cose e una è il fatto di avere la “spada del POTEREEEE!”), crescono poco durante la narrazione e i “colpi di scena” loro legati li inizi a fiutare con un anticipo di almeno venti pagine. 
Paradossalmente mi sono trovato a tifare per i cattivi, non perché (come spesso accade) sono i più “fighi”, bensì perché l’alone di mistero che li attornia come antagonisti raccontati solo a metà li rende molto più affascinanti. 

Altro tema da toccare è la trama (questa è forse la parte più interessante dell’opera), che è ben costruita sia nelle ritmiche che nella consecutio degli eventi… Tranne quando appaiono le sessioni di “Merlino che fa cose”, di solito inutili, irrilevanti nella cosmologia degli eventi, per noi lettori senza alcun senso [ma non nella testa del personaggio, dove sembrerebbe invece che il senso ci sia e quindi siccome è Merlino “ci crediamo”. Tuttavia l’autore non ci spiegherà mai perché a un certo punto questo decida di bloccare una tempesta e decida di farlo pigliandosi un fulmine tra capo e collo, fallendo miseramente nel suo intento. La scena non dovrebbe essere ironica o divertente visto che non sarebbe né in linea col personaggio né tanto meno coerente col mood della sezione in generale.]

Parliamo di un altro punto che mi sta molto a cuore nei romanzi fantasy: l‘ambientazione.
Chi mi segue da tempo sa bene che sono un vero e proprio rompiballe su questo tema, ma per me uno dei punti centrali della narrazione fantasy è che il mondo in cui il racconto si ambienta sia ben costruito, caratterizzato e narrato. Con regole precise e definite. 
Ed ecco che quindi se continui ad affiancare luoghi fantastici a luoghi reali crei da prima confusione e poi fai crollare la sospensione dell’incredulità del lettore, persuaso prima a credere in un mondo del tutto fantastico, stordito poi dal costante intervento di elementi del mondo reale. 
E se da un punto di vista prettamente geografico non mi sento di salvare l’opera, almeno dal punto di vista delle regole del mondo posso considerarmi sufficientemente soddisfatto: la magia c’è e ha una sua “logica”… il più delle volte almeno.

In ultima analisi parliamo dello stile della narrazione. Non male come canovaccio di sceneggiatura per un film o una serie Tv, funziona meno bene se lo consideriamo come libro: in quanto tale non possiede la componente visiva e scenica, che deve dunque essere costruita con le parole… cosa che spesso non succede. 
Siamo quindi di fronte ad un libro che non mi ha convinto, non mi ha intrigato, non mi ha divertito. A mio avviso un fallimento.

Non mi sento di salvare neanche le illustrazioni di Frank Miller che, il più delle volte, mi sono sembrate delle bozze frettolose e poco curate (alla Adrian maniera).
Dall’artista dietro a Sin City mi aspettavo di più.


PS: L’autore è uno sceneggiatore e da questo romanzo sarà tratta una serie televisiva creata da Netflix, sceneggiata e diretta dagli stessi due nomi che troneggiano sulla copertina di questo romanzo. 
Ergo, non riesco a vederci altro che una mera manovra commerciale per tirare su 5 spicci in più (perdonate la franchezza).

Voi lo avete letto? Vi incuriosiva? Lo leggerete? 
(E perché la vostra risposta è stata proprio no, forse ma ora non più e no grazie, sta volta passo?)

Fatelo sapere nei commenti a un EMME ormai sempre più desolato che ora farà ammenda guardando 15 volte La spada nella roccia, unica e vera reinterpretazione degna di nota del ciclo arturiano.

EMME

 


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fantasy, Mondadori

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