Polizia e razzismo: Chicago PD vs Law & Order SVU

Nel corso dell’ultimo anno, come tutti sappiamo, gli Stati Uniti d’America sono stati travolti e smossi da una consistente protesta civile contro una delle piaghe sociali che da secoli ammorbano il Paese: il razzismo. Nello specifico a far scattare e alimentare la miccia è stato il razzismo più o meno inconsapevolmente manifestato dalla polizia in diverse occasioni. Ecco allora che il nostro post di oggi non tratterà direttamente di razzismo o Black Lives Matter (BLM), quanto piuttosto si focalizzerà sulla relazione tra questi due termini – razzismo e brutalità della polizia – con la loro rappresentazione televisiva post-BLM. Lo facciamo prendendo in considerazione due crime/police procedural tra i più famosi (nonché tra i miei preferiti), ovvero Chicago PD e Law & Order: Unità Vittime Speciali (SVU).

Entrambe le serie quest’anno hanno deciso di non rimanere indifferenti alle questioni contemporanee e hanno trasportato nella finzione sia la pandemia che gli scontri sociali che hanno infiammato per mesi le città e gli stati in cui le serie sono ambientate. 

Law & Order: SVU non è assolutamente nuova alle tematiche sociali né all’attualità: ogni sfumatura presente e passata delle violenze di genere viene abitualmente riportata nella storia. Oliva Benson da anni ormai si occupa di stupri ad opera di amici e fidanzati, ragazzi diseducati ad accettare un no come risposta, cultura patriarcale, maschilità tossica, cultura dello stupro e dell’omertà.
Già nella prima puntata puntata delle ventiduesima stagione fa il suo ingresso il nuovo scottante tema: la polizia neyorkese è razzista? Violenta? E ciò riguarda anche la SVU di Benson? A noi telespettatori di sempre la risposta verrebbe scontata: no, certo che no. Sì, Stabler qualche volta alzava le mani… ma Stabler ha lasciato la squadra da più di dieci anni, e sotto il comando di Olivia queste cose non capitano. La SVU è empatica, onesta, corretta, giusta. Rollins, Tutoula, Carisi e gli altri non ci hanno mai fatto dubitare di loro. Sono puliti, sono bravi poliziotti, sono quelli che alle vittime ci tengono davvero e che non fanno del male a nessuno. Seguono le regole. E, poco ma sicuro, non sono razzisti. Invece no, questa prima puntata vuole a tutti i costi metterci la pulce nell’orecchio: e se tutti loro fossero stati inconsapevolmente guidati da bias razzisti? E noi con loro? 
Devo, purtroppo, ammettere di non aver apprezzato questa insinuazione né tantomeno il modo in cui è stata fatta. Lo sviluppo della prima puntata sottintende che tutti i bianchi, in qualche modo, rischiano di essere sviati da bias di cui non sono consapevoli (i bias sono distorsioni sistematiche del pensiero per lo più inconsce), ma che hanno un effetto sulle loro decisioni e le loro azioni. Questo è vero? In linea generale sì, possiamo tutti aver interiorizzato dei comportamenti (piccoli o grandi) indirettamente causati da pregiudizi razziali. L’intento della puntata è nobile, però, permettetemi di dirlo, mal realizzato e assolutamente fuori luogo rispetto alla rappresentazione della SVU che ci hanno raccontato negli ultimi dieci anni di serie. In poche parole? Non puoi offrirci una Benson sempre giusta e pronta a combattere per le vittime, per poi buttare lì un’insinuazione a posteriori, insinuazione del tipo “chissà, forse è sempre stata un po’ razzista e non se ne è mai resa conto”. Stona, rompe la coerenza narrativa. Non tutti i temi vanno bene per tutte le storie. Perché, per quanto possano avere anche intenti civici ed educativi, le serie televisive rimangono fiction e devono ai loro personaggi un rispetto narrativo che in questo caso è mancato. Il tema poteva essere trattato in altro modo, presentando per esempio un caso riguardante un altro poliziotto, un’altra unità – come, tra l’altro, è già stato fatto in passato. 
In breve? Trattamento inappropriato e superficiale del tema. Un “ce lo butto dentro in qualche modo perché devo, ma poi il risultato è scadente”.

Lavoro senza dubbio migliore – anzi, lodevole – l’ha fatto una serie da cui non mi sarei mai aspettata un tale impegno sociale, vale a dire l’ottava stagione di Chicago PD. Questa serie non è mai stata molto coinvolta sul fronte educativo o incline alla riflessioni su temi d’attualità; quest’ultima stagione invece ha cambiato completamente marcia, e io non posso che dirmi più che soddisfatta del risultato.
La stagione inizia col botto portando a termine la storyline riguardante Atwater iniziata negli ultimi episodi della stagione precedente. Kevin Atwater, poliziotto nero, al contempo blue e black, è dilaniato da una duplice identità che risulta sempre più difficile da conciliare. I poliziotti coprono le spalle agli altri poliziotti, così si fa… ma lo si deve fare anche quando un poliziotto razzista uccide “un nero solo perché è nero”? Come comportarsi in questo caso? Stare zitti e farsi odiare dai neri o parlare e farsi odiare dai poliziotti? Atwater diventa l’emblema delle difficoltà quotidiane causate da una società fatta di contraddizioni, lotte sociali, ingiustizie, razzismo e violenza.
Sinceramente ho molto apprezzato anche l’inversione di rotta di Voight, che sembra aver compreso che “il mondo sta cambiando” e che è finito il tempo delle botte nella “gabbia”.
A differenza di SVU, qui gli autori hanno mantenuto i personaggi fedeli a se stessi: i ragazzi di Voight sono bravi poliziotti, brave persone e negli scontri razzisti stanno sempre dalla parte di Atwater quando quest’ultimo ha ragione. Allo stesso tempo, però, ci tengono a ricordare sia a lui che a tutti gli spettatori che no, non tutti i poliziotti sono razzisti e che pensare il contrario è ugualmente ingiusto. Il pregiudizio è sempre sbagliato, in qualunque direzione punti. Nella puntata 8, Protect and Serve, un poliziotto bianco spara a un ragazzo nero senza alcuna valida ragione. Ruzek e Atwater hanno il compito di arrestare il poliziotto. Una serie di lunghe peripezie sono l’occasione perfetta per portare alla nostra attenzione tanti timori e tanta rabbia che i personaggi – e gli stessi spettatori americani, suppongo – si tenevano dentro: Ruzek può in qualche modo prendersi parte della colpa delle azioni di poliziotti bianchi e razzisti solo perché è bianco? La comunità nera può ritenere qualunque poliziotto bianco almeno in parte responsabile? E sono tutti razzisti? E uno come Ruzek – che, lo sa pure Atwater, poco ma sicuro non è razzista nemmeno un po’ – cosa dovrebbe fare per stare nel giusto? La colpa dei padri ricade sui figli? (O, in questo caso, forse è meglio dire: la colpa della nostra comunità ricade su ognuno di noi?). L’accesa discussione tra i due amici – Adam e Kevin – è sconvolgente al punto giusto, struggente, vera.
Alla fine dell’episodio, il poliziotto che ha sparato e ucciso un innocente ragazzo di colore, rivedendo le proprie azioni in video, si rende conto di aver reagito non in conseguenza a un’azione della vittima, quanto piuttosto spinto dall’inconsapevole convinzione che tutti i neri sono criminali. E qui sì che entrano in gioco i bias razzisti, e qui sì che l’hanno rappresentato bene, senza stravolgere la storia per ficcarci dentro i temi a forza.
Chicago PD nella puntata precedente, la numero 7 – Instinct – affronta anche la questione della brutalità della polizia in generale e ne problematizza l’ossessione creatasi negli ultimi mesi. Per quanto possa essere giusto – se non doveroso – pretendere che le forze dell’ordine si attengano a procedure e protocolli rispettosi dei sospettati in quanto persone, allo stesso tempo i poliziotti non possono vivere con una spada di Damocle costantemente sulla testa. Lo rende chiaro Ruzek, che – spoiler – per non rischiare di sparare troppo presto a un sospettato (quando tutti intorno a lui stanno filmando l’azione) finisce col sparare troppo tardi… quando ormai il criminale ha fatto una vittima. Questa è l’ansia di trovarsi nel torto, la paura di sbagliare di chi vuole fare davvero bene, di chi vuole essere un buon poliziotto e cerca di attenersi alle regole ma poi si trova in situazioni impossibili per cui le regole non hanno davvero soluzioni. Perché la teoria è una cosa, la pratica un’altra. 
In breve: ritengo questa stagione di Chicago PD davvero ben fatta e meritevole di plausi, perché riesce ad affrontare temi intricati e attuali con lucidità e senza retorica, sbattendo in faccia allo spettatore tutte le domande senza risposta (almeno per ora) che la società americana si trova oggi ad affrontare.

Non avrei mai pensato di dirlo, ma questa volta Chicago PD vince a mani basse contro Law & Order: SVU, che forse dovrebbe continuare a fare solo quello che sa fare bene: parlare di violenza di genere. E lasciare il resto a Chicago.


Conoscete le due serie sopracitate? Cosa pensate di questo tema?

Alex

razzismo, serie tv

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