DEMOCRAZIA TROPPO DEMOCRATICA: l’arroganza di un popolino che non sa tacere

Titolo impegnativo, eh? Forse anche un po’ presuntuoso, disturbante, irritante. Esagerato?
Non lo so, oggi sono in vena particolarmente critica. Sono uscita da poco da una lezione di economia e un aneddoto raccontato dal prof mi ha messa sul piede di guerra: durante una conferenza organizzata dal comune (non specifico la città, non è importante) lui ha spiegato il funzionamento di alcune leggi, tassazioni, meccanismi economici al pubblico; al termine del suo discorso un signore ha alzato la mano e ha ribattuto dicendo: “Guardi, secondo me Lei sta sbagliando”. Poi si è lanciato in un infinito elenco di motivazioni per cui le affermazioni del prof sarebbero state cazzate. In questa lunga lista ovviamente non c’era un solo punto valido, erano solo luoghi comuni e slogan ripetuti a pappagallo.

Da qui nasce la mia riflessione di oggi, che può essere riassunta con una sola domanda: ma quanto siamo diventati arroganti?
 
Ora torno indietro e vi spiego nei dettagli cosa penso al riguardo.

Viviamo in un Paese che ci lascia la possibilità di parlare, di esprimerci e che non ci obbliga a obbedire senza poter fiatare. Sacrosanta libertà. Ciò che mi chiedo continuamente, però, è se non abbiamo spinto questa nostra “libertà” oltre un limite che non avremmo dovuto superare: i diritti per cui i nostri antenati si sono tanto battuti in che cosa si sono trasformati?

Io, personalmente, sono molto scettica sul fatto che questi (espressione e opinione) siano diritti “naturali” dell’uomo, di cui nessuno può essere privato. Al contrario credo fermamente che solo chi sa o chi è disposto a imparare può permettersi di prendere posizione, in particolare su alcuni temi delicati e molto “oggettivi”.
Vi faccio un esempio: possiamo chiacchierare tutti allegramente sul fatto che Harry Potter sia o meno un bel libro, è un’opinione soggettiva; tuttavia non possiamo chiacchierare allegramente su come si costruisca un ponte, non ci sono opinioni da dare, o siamo ingegneri oppure no.
Mi capita sempre più spesso di sentire uomini e donne ergersi a scholars di qualunque disciplina, a luminari di ogni ambito, pronti a dir la loro su argomenti e fenomeni di cui ignorano praticamente tutto. E questo viene solitamente fatto con una saccenteria esagerata, con arroganza e superbia. Hanno ragione loro, sempre e solo loro. Nessun dubbio: la loro opinione è corretta.

Voltaire disse: “Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al
prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente.”
Io temo che a questa bellissima citazione vadano messi dei paletti (e temo anche che Voltaire si rimangerebbe queste parole se potesse assistere ad alcuni degli odierni dibattiti): le idee (e la loro conseguente espressione) sono valide solo se tra le parti che le mettono in campo si apre un dialogo, il quale, ovviamente, parte dal presupposto che entrambi i “contendenti” credono di aver ragione… ma i due devono anche essere disposti ad ascoltare l’altro, ad analizzare le obiezioni, a comprendere e a riflettere sui contenuti. Fondamentale è la disponibilità delle parti ad ammettere un eventuale proprio errore e a fare un passo indietro. Solo così possiamo migliorare.
Riprendo ancora Voltaire: “Il dubbio è scomodo, ma solo gli imbecilli non ne hanno”. Ecco, alcuni individui parlano senza cognizione di causa, eppure non hanno dubbi di nessun tipo. Non esprimo giudizi offensivi, lascio a voi il compiti di fare 1+1.

Per quale motivo un barbiere pensa di saperne più di un dottore sugli effetti dei vaccini? Perché una commessa diffonde l’idea che la terra sia piatta, quando un fisico può dimostrare che non è così? Perché qualcuno che ha la terza media e lavora in fabbrica pretende di essere riconosciuto come genio dell’economia e vuole averla vinta su un professore di riconosciuta fama?
Non fraintendetemi, non sto facendo del classismo, non sto affermando che un individuo laureato vale di più di altre persone, non sto facendo una gerarchia sociale. E nemmeno credo che un “professore” non possa sbagliare. Sto semplicemente dicendo che l’informazione deve avere una base, ci sono argomenti sui quali non si possono esprimere opinioni, temi su cui la vox populi non serve a niente. Veramente io non riesco a capire perché ammettere di non sapere qualcosa e lasciarsi guidare da altri risulti per tante persone un gesto così difficile. Non possiamo sapere tutto, è normale demandare ad altri il compito di specializzarsi in qualcosa. Da loro dovremmo imparare e usare il loro sapere per migliorare noi stessi.
Io non ho una soluzione per tutto. Io non so un’infinità di cose. Dov’è il dramma?

Per tutta questa serie di situazioni sto iniziando a pensare che forse la nostra democrazia “digitale” stia divenendo una distopia, la deviazione di un ideale positivo, un mondo che trasforma la libertà in arroganza.

Tutti coloro che prima non avevano competenze per avventurarsi in certi ambiti del sapere ora hanno accesso a moltissime informazioni, molte delle quali, purtroppo, sono versioni fin troppo semplificate di un problema complesso (se non addirittura con contenuti maliziosamente fake). Con l’accesso libero e indiscriminato all’informazione si crea un’illusione di sapere… tant’è vero che spesso ci si sofferma solo su quegli articoli che confermano la propria versione dei fatti, al fine di rafforzare la propria credenza, senza alcuna intenzione di confrontarsi con le obiezioni altrui (e che sapere è mai questo?). Tutto ciò sfocia in un’arroganza “popolare” senza precedenti.

Eppure io, di nuovo, non mi sento di dare la colpa a Internet. Semmai siamo noi che siamo incapaci di utilizzarlo. Forse questo mezzo ci dà solo la possibilità di sfogare il nostro bisogno di riconoscimento, la nostra innata necessità di ergerci sopra agli altri (su piedistalli d’aria fritta).

Per diventare dottore non basta cercare due dati sul Web e, soprattutto, non basta leggere tre righe del primo articolo fake che compare in cima ai risultati di Google. I tuttologi del Web non sanno. Punto.
E chi “impara dalla vita”? Ecco, mi sbellico dalle risate quando leggo/sento qualcuno dire che “l’università non serve a niente, si impara dalla vita”. Bravo, facciamo che quando avrai un malore ti farai curare dal tuo vicino di casa, che fa il cuoco da vent’anni ma che “dalla vita ha imparato tanto”.

Poter parlare non significa necessariamente doverlo fare sempre e comunque. Sarebbe bello se magari imparassimo ad ascoltare un po’ di più, ad avere fiducia negli altri e nelle “istituzioni”. Forse la vita ci andrebbe un po’ meglio.
Magari io sono una ragazza troppo fiduciosa, difficilmente credo che gli altri possano volermi ingannare e in questo sicuramente sbaglio anche io. Però vivere una vita nella convinzione che gli altri vogliano sempre mettercelo in quel posto e credere che noi soli siamo la bocca della verità… mi sembra comunque un polo estremo e assolutamente controproducente.

Ci tengo a precisare che non sto consigliando di seguire come pecore un pastore a caso, sto consigliando di avere basi solide e sensate con cui interrogare il pastore per farsi dare risposte soddisfacenti e poi, nel caso, sviluppare un’argomentazione razionale con cui ribattere. Per favore lasciamo a casa loro risposte del tipo: “Mi menti, tu lavori per gli Illuminati, ti hanno fatto il lavaggio del cervello, il nostro mondo è un inganno, non mi avrete maaaai!”. Noi siamo in Matrix. (E se anche lo fossimo, “gli Illuminati” vi avrebbero già fatto saltare il cervello.)

 

E voi? Cosa pensate di questa situazione? Esprimetemi le vostre opinioni in merito 😉

ALEX

27/11/18

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