RECENSIONE: I venti di sabbia di Kristin Hannah

TITOLO: I venti di sabbia
AUTORE: Kristin Hannah
EDITORE: Mondadori
PAGINE: 511

TRAMA:
Texas, 1934. Milioni di persone sono rimaste senza lavoro e la siccità ha distrutto le Grandi Pianure. Gli agricoltori stanno combattendo per non perdere le loro terre e la loro fonte di sostentamento, dal momento che le coltivazioni avvizziscono irrimediabilmente, l’acqua si sta prosciugando e le tempeste di polvere e sabbia minacciano di seppellirli tutti. Uno dei periodi più bui della Grande Depressione, l’era del Dust Bowl, è arrivato come un’implacabile vendetta.
In questo tempo incerto e pericoloso, Elsa Martinelli, una donna e madre coraggiosa, cerca in tutti i modi di salvare la sua famiglia e la fattoria dove vive, l’unica vera casa che abbia mai avuto. […]
I venti di sabbia è un ritratto indelebile dell’America e del Sogno Americano, visto attraverso gli occhi di una donna indomabile il cui coraggio e sacrificio arriveranno a definire una generazione.

RECENSIONE

I venti di sabbia è un romanzo storico potente. Non ci sono personaggi famosi né eventi di particolare rilievo, ma la protagonista è la Grande Depressione: nella zona dove la storia è ambientata, tra il Texas e la California, la crisi economica si sommò a un periodo di estrema siccità che mise in ginocchio gli agricoltori e rese addirittura il clima insalubre a causa del gran numero di tempeste di sabbia, causa di polmoniti soprattutto tra i bambini e gli anziani. 

Elsa è una ragazza di 25 anni cresciuta in una famiglia che non la ama, in un modo che definirei addirittura patologico: troppo bruttina, troppo malata, troppo alta… il fatto è che la giovane impara presto a vivere in un ambiente ostile. Ma non si rassegna: stimolata dalla sua intelligenza e dalle letture che le hanno insegnato a conoscere il mondo, benché osteggiate dalla famiglia, si sottrae al controllo dei genitori e cade tra le braccia di un giovane italiano affascinante, anche lui desideroso di realizzare i suoi sogni sottraendosi alla famiglia, anche se per motivi completamente diversi. Per la prima volta in vita sua, forse, Elsa é fortunata e benché disonorata agli occhi della sua famiglia entra a far parte di quella del ragazzo, che la accoglie come una figlia e le fa sentire finalmente il calore di una vera casa. 
Ma la nuova vita relativamente serena di Elsa non dura a lungo. La siccità raggiunge implacabile il villaggio dove si è trasferita dopo il matrimonio: ha due figli, uno dei quali si ammala di silicosi a causa delle tempeste di sabbia e a quel punto non se la sente più di resistere in quel clima ostile; il medico le consiglia di portare via il bambino da quello che per lui è ormai un pericolo mortale e lei pur con mille incertezze parte per la California. Purtroppo le disavventure di Elsa e dei suoi figli sono appena iniziate…

La storia è appassionante, le straordinarie qualità di Elsa emergono pienamente malgrado la sua giovinezza difficile e non possiamo che identificarci in questa leonessa che, nata in una famiglia benestante – il padre era un commerciante, uno dei maggiorenti della sua cittadina natale – impara a vivere di sussidi statali e a raccogliere il cotone, a sopportare le umiliazioni anche da parte della figlia, che inizialmente non capisce l’atteggiamento rassegnato della madre, ma che poi la spingerà a reagire e a lottare per i propri diritti. 
Una storia potente, dicevo, con personaggi memorabili nei quali risuona l’eco di capolavori come Furore… dove l’uomo lotta contro la natura che dà il peggio di sé e contro il fato, quasi dovesse far pagare ai protagonisti colpe inenarrabili, eppure mai una concessione al sentimentalismo, mai un compiacimento, tutto appare drammaticamente vero.

E allora cosa non mi ha convinto di questo romanzo, direte voi? Non è facile da spiegare. Mentre ammiro il valore, la tenacia, in qualche caso quasi l’eroismo di ogni singolo personaggio – uomini e donne che sembra quasi impossibile possano accettare di vivere nelle condizioni imposte agli “oki” dagli sprezzanti proprietari terrieri californiani –, allora capisco come possano essere idealizzati come esempi di abnegazione e rettitudine; ciò che non mi spiego è invece l’assenza di qualunque tipo di critica sociale nei confronti degli sfruttatori, dei latifondisti che invece di venire incontro ai loro braccianti in un momento difficile, si preoccupano solo di non perdere il loro status di privilegiati.

L’epilogo chiude la porta a ogni speranza, in quanto – e qui non vorrei rivelare troppo – l’unica soluzione è quella di tornare sui propri passi e di aspettare la fine della siccità. Ciò che mi lascia perplessa è il senso di ineluttabilità della sorte di queste persone, scacciate dalla loro terra dalla siccità, evento naturale contro cui purtroppo l’uomo puó fare ben poco, è vero, e in seguito sfruttati da un sistema che il romanzo presenta come se fosse anche lui ineluttabile, una calamità naturale a cui bisogna resistere e aspettare che passi, perché ribellarsi non serve o anzi, è ancora peggio.
Un senso di desolante mancanza di qualsia prospettiva di riscatto, individuale e sociale: potrebbe venire istintivo pensare ai “vinti” di Verga, e in un certo senso è così, per la famiglia di Elsa: nei Malavoglia, uno dei figli riesce a ritornare alla Casa del Nespolo, malgrado tutte le prove che la famiglia ha dovuto sopportare, e anche in questo romanzo c’è un ritorno alla casa dei padri. Ma per la maggior parte della povera gente sradicata con l’inganno dalla propria terra non è così: l’America di questo romanzo è lontanissima da Aci Trezza, non solo fisicamente, e ben pochi hanno una Casa del Nespolo a cui tornare e nella quale ricostruire una vita, e una famiglia.


Cosa ne pensate? Vi ispira?

Alice Croce Ortega


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Mondadori, recensione, storia

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