RECENSIONE: Francesco (opera teatrale) di Gennaro Carrano

TITOLO: Francesco
AUTORE: Gennaro Carrano
GENERE: opera teatrale
PAGINE: 99

TRAMA:
Una famiglia come tante nell’affrontare le difficoltà quotidiane, tutto appare quasi perfetto, in equilibrio sul focolare domestico in fiamma viva. Salvo gestisce la sua bottega, innamorato di sua moglie Annarella che è qui sempre pronta ad attenderlo, indaffarata con le faccende domestiche e tenendo a bada il loro piccolino: Francesco. Quando gli ostacoli e i debiti sembrano ormai una montagna fin troppo ripida da scalare, ecco, da quella fiamma viva si materializza un demone, il demone dell’usura ad ardere tutto ciò che incontra sul suo cammino. Il dolore, le bugie, la solitudine, l’omertà, il terrore. I bambini per quanto possano essere tutelati diventano facilmente vittime della realtà e il risultato non può che essere spietato.

RECENSIONE

Ho sempre amato la commedia popolare e quella napoletana in particolare; buona parte del merito lo devo sicuramente a Edoardo De Filippo che mi ha ammaliata con il suo realismo, nota vincente tra dramma e comicità. So per certo che è sempre difficile fare emergere nuovi autori: ricordo una conversazione, moltissimi anni addietro, con il nostro “Edoardo” siciliano, Franco Zappalà, il quale mi confermava di avere rifiutato commedie degne di lode per non rischiare l’assenza del pubblico. “Purtroppo in teatro la gente paga il biglietto solo per le opere conosciute”, mi disse.
Ai tempi dei De Filippo, c’era l’avanspettacolo, ovvero l’usanza di mettere in scena commedie brevi e sconosciute dopo la proiezione di un film; da queste esperienze, infatti, ebbe avvio la carriera di Edoardo. Leggere l’opera teatrale di Gennaro Carrano mi ha ricordato quest’ultimo in tutto e per tutto.

Il dramma (un Atto unico) narra le vicissitudini di una famiglia in ristrettezze economiche, composta da Salvo, il capofamiglia, la moglie Annarella e il figlio Francesco.
Inizialmente, sebbene ci sia ben poco da mettere in tavola, tra i coniugi si percepisce unione e complicità. Francesco, il loro unico figlio, invece è il classico ragazzino disobbediente e poco interessato agli studi.
Gli altri personaggi sono Giuseppina, amica di famiglia e vicina di casa, Alfonso, figlio di quest’ultima e Antonietta, altra vicina di casa.
La situazione economica di Salvo peggiora di giorno in giorno al punto che l’uomo non è più in grado di saldare i fornitori…

I temi sono – è già chiaro – quelli che impone la tragedia, e di cui la vita di molti è piena: la povertà porta a scelte sbagliate, il chiudersi in se stessi rende vittime di predatori (se Salvo avesse parlato dei suoi problemi con la moglie, le cose sarebbero andate di certo diversamente), mentre l’accumulo di tensione e paura porta altri guai. Quest’opera non teme di mostrare alcuni dei lati peggiori dell’uomo: scopriamo, per esempio, come l’amicizia a volte riservi brutte sorprese, e come il non volersi intromettere nella vita altrui – fingendo di non vedere e non sentire – alla fine faccia più male che bene, a noi stessi oltre che agli altri.
Altra tematica importante, delicata, sconvolgente e purtroppo alquanto reale, è la violenza domestica, che in questa storia ci dimostra come a un degrado ne consegua spesso un altro. Annarella infatti, attenta alla salute di Giuseppina, nonostante il diniego di quest’ultima, non tarda a scoprire che la donna subisce percosse da parte del figlio, finito  – a detta della madre – in un brutto giro e da allora divenuto manesco.

Un “piccolo” gesto di Francesco mi ha colpita in particolare nell’intero spettacolo: tra litigi e musi lunghi, il ragazzo – pur continuando a fare il disobbediente e ad ignorare gli ammonimenti della madre, che nemmeno saluta uscendo ogni mattina per andare a scuola – rivolge una preghiera al suo angelo custode ad ogni alzata di voce dei suoi.
L’atteggiamento del ragazzino nei confronti della madre si può ben delineare anche in queste poche battute:

FRANCESCO: Mamma mica fatica?
ANNARELLA: ‘O vide?
GIUSEPPINA: Nun fatica? E chi te pripara il pranzo e la cena, chi te pose ‘e giocattele? Chi pulezze ‘a case? Nun se stanca mamma toje? E si se stanca è pecché fatica.

Eppure tra i tanti scambi di battute tra Giuseppina e Francesco, nel ragazzino scatta qualcosa. In lui nasce una nuova aspirazione (diventare medico per guarire le ferite di Giuseppina).
Gli eventi incalzano scena dopo scena, ma io non voglio farvi spoiler, quindi mi taccio e vi rivelo solo che l’epilogo, per quanto già suggerito dalla parola “dramma”, avrà comunque un risvolto inaspettato.

Leggere un’opera teatrale non è lo stesso che leggere un romanzo, i sentimenti e l’essenza dei personaggi devono emergere dalle sintetiche battute dei dialoghi, e qui sta la bravura dell’autore, che ha saputo ben dosare tensione scenica e, personalmente, ho goduto della lettura di un’opera teatrale, che a mio gusto, ho ritenuto valida; mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. E se un autore riesce a toccarti l’anima, vuol dire che ha trovato le parole giuste.
Non riesco a immaginare quanto un veneto o un lombardo possano comprendere e apprezzare il dialetto napoletano, ma io che sono siciliana ho visto ogni singola scena, stimato la trama e inquadrato il testo nella migliore tradizione della commedia popolare. 
Auguro a Gennaro Carrano di mantenere viva quest’arte, custode di folclori, abitudini e stili di vita di quell’umanità che vive alla periferia non solo della città ma della vita stessa, ai margini di tutto, ma che racchiude in sé molta più realtà dell’ampio ceto, stereotipato e finto, delle grandi metropoli.

Adelaide J. Pellitteri

autori emergenti, recensione, teatro

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