RECENSIONE FILM: Quando parla il cuore (English Vinglish)

Indipendenza e libertà di essere sé stessi: sono queste le parole che leggiamo sul volto di Shashi, la donna indiana protagonista di questo film. Due valori fondamentali ai quali, però, troppo spesso diamo poca importanza, forse perché considerati scontati: certo, valori banali per chi ha avuto la fortuna di viverli fin dalla nascita, ma bisogna anche pensare a chi invece deve tutt’oggi lottare per ottenerli. Una commedia che non si annovera tra le solite romantiche (anzi, posso dire che ha completamente ribaltato le mie aspettative), come si potrebbe pensare dal titolo italianizzato, in cui la protagonista s’innamora di una persona sconosciuta e vivono insieme per sempre felici e contenti; Quando parla il cuore è un film che fa riflettere molto su diverse tematiche contemporanee.

TRAMA

Commedia uscita nel 2012, racconta la storia di Shashi, un’imprenditrice indiana di laddoo (un dolce tipico indiano) sottovalutata dalla sua famiglia che considera tutto ciò che fa come “un suo dovere” e soprattutto la critica per non conoscere la lingua inglese.
Alla notizia del matrimonio di sua nipote, figlia della sorella trasferitasi a New York, Shashi decide di recarsi nella Grande Mela per aiutare nei preparativi. Un giorno, quasi per caso, vede passare un autobus con la pubblicità di una scuola di inglese e decide di iscriversi sia per imparare la lingua sia per dimostrare alla famiglia le sue capacità…
Durante le lezioni Shashi conosce persone di nazionalità diversa, in particolare lega con il francese Laurent che fin da subito non nasconde un certo interesse per la donna; proprio questi legami porteranno la protagonista a raggiungere quel salto di qualità necessario per cambiare la sua vita e ritrovare più fiducia in sé stessa.
Quando tutto sembra andare per il verso giusto, la sua famiglia la raggiunge e così diventa difficile continuare a mantenere il corso segreto (voleva infatti fare una sorpresa facendo un discorso in inglese al matrimonio); a ciò si aggiunge un ulteriore problema, ossia che il giorno dell’esame finale di lingua sarà lo stesso delle nozze. Ma alla fine tutto si risolverà e la “rinascita” di Shashi non potrà che lasciare tutti meravigliati.

COMMENTO

Quando parla il cuore è il titolo italiano del film English Vinglish: come subito visibile, non è stata scelta una traduzione letterale (forse perché avrebbe perso il senso del gioco di parole del gergo inglese) ma il titolo è stato sostituito con una citazione tratta dal romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere dello scrittore ceco Milan Kundera (la citazione completa sarebbe “Quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare.”).
Così facendo risulta chiaro qual è il messaggio principale del film: seguire sempre ciò che il cuore dice (non viene subito in mente il detto “al cuor non si comanda”?); nel film tale espressione non si riferisce all’amore, come invece generalmente accade nelle commedie, poiché il cuore di Shashi le parla indicandole quale strada percorrere per riscoprire sé stessa

Il film si sofferma innanzitutto sulle difficoltà d’inserimento in una nuova città: certo, nel caso della protagonista è soltanto un soggiorno temporaneo, ma permette di riflette su questa tematica centrale nei nostri tempi. Quando si cambia nazione spesso si viene giudicati per il proprio comportamento, per la lingua, per il modo di vestirsi (come si può vedere con Shashi quando cammina per le strade della Grande Mela)… critiche che non facilitano di certo l’integrazione. Ma la difficoltà maggiore resta la lingua che permette di comunicare ed esprimere le proprie necessità. Imparare l’inglese è infatti l’obiettivo della nostra imprenditrice, sebbene il suo desiderio si debba considerare non soltanto nell’ottica di essere parte della città ma di essere parte della famiglia, per la quale tale lingua è sentita come elemento di modernità e appartenenza alla società.

Al corso d’inglese Shashi s’inserisce molto bene nella classe formata da persone provenienti da diverse parti del mondo: ecco un altro tema molto importante sul quale il film invita a riflettere. Nella realtà dinamica di oggi sia in ambito lavorativo sia scolastico interagiamo con persone di varia nazionalità, legami interculturali che portano a far incontrare pensieri e comportamenti diversi che possono talvolta essere costruttivi.

In particolare si crea un certo legame con Laurent, un cuoco francese che frequenta la scuola e che mostra subito un interesse per Shashi, la quale si sente a disagio per provare una certa attrazione verso il suo nuovo amico avendo lei una famiglia.
Proprio quando tra i due potrebbe nascere qualcosa, ecco arrivare la famiglia della protagonista: Shashi capisce di non volerla perdere ma l’amicizia con Laurent le farà capire quante cose aveva perso negli ultimi anni e che avrebbe dovuto ristabilire.

Sopra ho definito questo film “non la solita commedia romantica” perché la storia non va esattamente come ci si aspetterebbe, sebbene il lieto fine sia ovviamente presente. Non assistiamo al nascere di un nuovo amore nel senso più comune della parola bensì un amore per sé stessi.  È infatti grazie a Laurent che Shashi trova la forza per affrontare in un certo senso la sua famiglia e finalmente dire quello che vuole essere. La protagonista aggiunge così una vera e propria rinascita alla fine del film che da un lato le fa guadagnare una maggiore considerazione dalla sua famiglia e dall’altro più libertà per lei; non è più una donna indiana sottovalutata bensì una donna indipendente che ha riscoperto come essere felice.
La scena finale durante il banchetto nuziale rappresenta il culmine della sua crescita: vedendo tutti gli invitati increduli nel sentirla parlare in inglese – cosa che non avrebbero mai creduto possibile – Shashi non può che sentirsi fiera della nuova posizione appena conquistata.

Come giudizio conclusivo lo ritengo un buon film, che – pur nella sua leggerezza di commedia – riesce a toccare diversi temi che riguardano la nostra realtà. In particolare il messaggio principale credo debba essere preso come una linea guida: troppo spesso lasciamo che le nostre scelte siano condizionate dagli altri, questo perché desideriamo assecondare le aspettative altrui, rischiando però di mettere in secondo piano quello che noi realmente desideriamo. Attraverso la maturazione di Shashi durante il suo viaggio possiamo invece trovare quella forza necessaria per cambiare questa situazione di dipendenza e tornare a essere “artefici del nostro destino” (traslando una citazione di Appio Claudio Cieco a me tanto cara: «Faber est suae quisque fortunae», ovvero «ciascuno è artefice del proprio destino»).


Avete già visto questo film? Vi ispira?

Ilaria

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