RECENSIONE: Il garzone del boia di Simone Censi

TITOLO: Il garzone del boia
AUTORE: Simone Censi
PAGINE: 177
EDITORE: Elison Publishing
TRAMA: Un bambino storpio viene affidato dalla propria famiglia, troppo povera per tenerlo, a Mastro Titta, boia di Roma. Il ragazzino lavorerà al suo servizio come garzone per lunghi decenni; da questa condizione ci racconterà di impiccagioni, mazzolate e decapitazioni con conseguente squartamento – secondo la pena inflitta al reo.

RECENSIONE

Si tratta di un romanzo storico. Mastro Titta, infatti, è un personaggio realmente esistito. Boia di Roma, eseguì – nei suoi sessantotto anni di carriera (dal 1796 al 1864) – ben cinquecentoquattordici esecuzioni. Dell’esistenza di un garzone al suo seguito non si hanno prove, ma non è difficile credere che lo abbia avuto, e su questa idea l’autore ha impostato il suo romanzo. La prima cosa che colpisce di questo bel libro è il registro linguistico: usando il lessico di allora, l’autore riesce ad immerge subito il lettore nel periodo storico.

La trama, costituita principalmente dal susseguirsi delle esecuzioni, – con descrizioni a volte raccapriccianti – ricrea fedelmente lo scenario di allora. Le esecuzioni in piazza, alla presenza di adulti e bambini saranno i punti focali della storia; attraverso le brevi annotazioni sui reati commessi, sui condannati e le loro reazioni davanti alla morte, il garzone ci racconterà anche del potere della Chiesa e di come applicava la severa giustizia: a volte in modo superficiale, altre volte eccessivo e non sempre equo.
Tra gli eventi, i pericoli e il disgusto affrontati dal giovane garzone e dallo stesso Mastro Titta, ripercorreremo le strade dissestate di allora pullulanti di assassini e grassatori, assisteremo ad assalti alle carrozze e ci fermeremo in bettole gestite da osti truffaldini.
Tutto, come già detto e per quanto possibile, è attentamente ricostruito e il lettore si sentirà “raggiunto” perfino dal sangue schizzato dai corpi squartati ed esposti agli angoli delle piazze.

Devo ammettere che dopo la lunga sequela di nomi, luoghi, descrizione dei delitti e delle esecuzioni, mi sono chiesta come sarebbe andata a finire, temevo potesse rimanere un lungo elenco di reati e squartamenti, ma non è stato così… Al garzone si presenterà una rara opportunità e allora…  Non dico altro per evitare spoiler.

Voglio aggiungere che per la scrittura viene usato un linguaggio di due livelli: per alcune parti l’autore sceglie di attingere e riferire le notizie dagli appunti ipoteticamente vergati dal giovane garzone quando aveva appena imparato a scrivere; per altre usa la scrittura dello stesso ormai anziano, quindi un linguaggio più corretto e meno arcaico. A me è piaciuto molto questo “gioco di voci”, mi ha dato anche un po’ l’idea dell’evoluzione sia del personaggio che della lingua dell’epoca.

P.s. per chi avesse visto la commedia Rugantinto, il personaggio Mastro Titta è proprio il boia di Roma del quale si parla in questo libro. Il suo mantello rosso usato per le esecuzioni, l’ascia con la quale spiccava le teste dai busti e i vari strumenti, nonché il taccuino sul quale riportava personalmente delle sentenze eseguite si trovano esposti al Museo Criminologico a Roma.

Adelaide J. Pellitteri

 


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