IN MILLE PAROLE #8: La libertà in una torta di Antonio Di Cesare

Buongiorno a tutti, cari lettori!
La prima edizione “estiva” di In mille parole si è conclusa e noi siamo pronti per annunciarvi il vincitore… La classifica questo mese vede più di una new entry 😉

CLASSIFICA RACCONTI
1. La libertà in una torta di Antonio Di Cesare
2. Felici in due di Davide Pontolillo
3. La torta in forno di Mariele Rosina

Complimenti Antonio! Qui sotto trovate il suo racconto in versione integrale.

La libertà in una torta
di Antonio Di Cesare

La torta nel forno era quasi pronta, e lei non la perdeva mai di vista.
Era concentrata come quando studiava, senza mai alcuna apparente distrazione, come se non esistesse più alcuna realtà a cui tornare.
Quando non guardava il termometro sul vetro, controllava la riserva di legna e carbone, i ceppi, il deposito della cenere. Ogni tanto, si concedeva uno sguardo fuori, oltre la finestra. Lo faceva senza reale attenzione, lo sguardo vuoto di una bambina che guarda, ma non sa cosa vede. Una pausa inconscia, Un gesto automatico forse per verificare che il mondo fosse ancora lí.
Poi tornava in sè, a guardare il termometro, o a chiedersi se l’umidità fosse quella giusta.
La torta di mele era la sua preferita, fin da bambina.
Una spessa base di frolla per sorreggere il peso di una bella fetta, ripieno compreso. Perché andava mangiata rigorosamente con le mani, e non poteva certo rompersi sul più bello.
Una crosta decisa ma non troppo, croccante per rompersi facilmente sotto i denti, ma sufficientemente robusta per proteggere il cuore dal fuoco e trattenere così, al riparo sotto il suo manto, la linfa vitale del gusto.
Nel mezzo, le mele con i loro succhi e gli umori che si mescolano con lo zucchero, e il limone e, se la fortuna voleva, anche con un pizzico di cannella.
Le mele devono essere disposte in piccoli pezzi come a formare un seno rigoglioso, fatto per essere gustato a piccoli morsi gentili, come dovrebbe essere assaporata la vita.
Era proprio così che le piaceva la torta di mele.
Così che le piaceva la vita.
Così che le piaceva lui.
Sapeva che per la madre fare quella torta rasentava la follia; che le uova, il burro, lo zucchero erano cibi rari e costosi che andavano conservati per le occasioni speciali.
Una volta glielo aveva chiaramente detto in faccia che era una sciagurata, che quelle torte erano un sacrilegio intollerabile.
«Va bene mamma!» era stata il suo laconico commento.
Da quel giorno la figlia preparò torte via via più piccole, più semplici.
Torta dopo torta, applicò l’arte dell’essenziale, del giusto peso, della bontà oltre la povertà, della bellezza celata dalla semplicità.
E la torta divenne semplicemente un boccone di sublime essenzialità
Agli occhi della madre lo spreco sacrilego si trasformò in santa parsimonia, la figlia sciagurata divenne così giudiziosa e, si illuse, anche controllabile.
Ma la figlia imparò ben più che fare una torta perfetta: riuscì ad assecondare un piacere profondo fatto di puro, egoistico, ingordo e geloso risentimento.
Divenuta così piccola, la madre non avrebbe più potuto assaggiare la torta.
Non avrebbe neppure osato toccarla.
Non avrebbe più scavato alcun solco, né avrebbe interrotto la simmetria infinita della crosta. La perfezione delle rotondità cercate maniacalmente era salva.
La figlia era radiosa perché era finalmente libera dal giudizio
Era finalmente libera dal controllo.
Era finalmente libera dal potere della madre.
Era finalmente, semplicemente libera.
E con la sua torta e la libertà, andava nel suo sentiero, ad attendere il suo amato, e il suo amore per lei.
Arrivata al suo masso bianco, avrebbe lasciato la tua torta in bella vista. Solo pochi metri ancora e avrebbe raggiunto la riva sassosa del ruscello che, stanco del lungo viaggio iniziato chissà dove, si accostava al sentiero e sembrava riposarsi, lento e largo, in quella curva; come per riprendere fiato, prima di ripartire veloce e chiassoso verso valle.
Svestita di ogni indumento, si sarebbe lavata lentamente, per riscoprire le proprie forme, riconquistare il proprio corpo e ritrovare il piacere della solitudine, accompagnata solo dallo scorrere dell’acqua.
Era un atto di fede stare lì, dove chiunque avrebbe potuto allungare una mano e prendere la torta, lasciata indifesa, impudica e vulnerabile a qualche passo da lei.
Era l’atto finale, il suggello della vittoria della libertà sulla paura, su sua madre e sul mondo intero.
Avrebbe atteso il suo amato sussurrare il suo nome, le sue calde mani accarezzarle le spalle dorate dal sole, le labbra baciarle il collo, e poi la sua bocca, senza mai aprire gli occhi, se non alla fine. Sapeva che non sarebbe potuto essere nessun altro, se non lui.
E a lui si sarebbe abbandonata senza remore nè pudore, lasciandolo libero di decidere cosa sarebbe accaduto da quel momento in poi.
Aveva sempre fatto così, perché solo così poteva imparare ciò che lui voleva veramente.
Pretendere di conoscere i desideri dell’altro è solo utopia. E l’uso della parola è utile nelle scuole, nelle taverne, e nei salotti di casa, per socializzare. L’amore clandestino era altra storia: non esisteva socialità, né condivisione. Non c’era spazio e tempo per il compromesso. Quegli erano gli attimi che aveva per stare con lui, per conoscerlo e per averlo.
Abbandonarsi, arrendersi senza compromessi, era la verità ultima per amare e farsi amare; fu così che scoprì il desiderio delle sue carezze, della sue dita, del piacere nel sentire il suo peso su di lei.
Anche quel giorno di fine estate del ’23, pur con un sole che non era più alto e caldo, aveva costruito il suo altare all’amore, ma, dopo un’ora di attesa, si era appisolata su sassi piatti e levigati dalla corrente del torrente. Nessuna voce, ne mani, ne labbra l’avevano sfiorata, se non in un sogno dolce e un pò malinconico.
Accanto a lei, invece, un biglietto bianco, ancora umido e salato di lacrime in procinto di asciugarsi. Provò a dire il suo nome, ma il suono le rimase in gola. Non c’era più nessuno che lei potesse chiamare.
Il freddo del primo autunno calò improvvisamente sul sentiero. Riprese ciò che di suo era sparso per il sentiero, per nascondersi al mondo. La torta, intatta, fu l’ultima parte di sé che portò via.
A casa sua madre era ancora seduta dove l’aveva lasciata. Quando vide la torta poggiata sul tavolo, la mangiò senza esitare, come per riconquistare un territorio perduto.
Fu così che l’ultimo giorno dell’estate del 23, fu anche l’ultimo giorno in cui il loro forno vide una torta.

L’AUTORE

Antonio Di Cesare, classe 68. Informatico per caso, deve tutto a persone che lo hanno indirizzato, spronato, spinto: la lista completa verrà rivelata solo agli oscar come miglior sceneggiatura originale. Si perché sognare è la sua vera specialitá. Sognare di fare, di creare, di lasciare una traccia tangibile oltre ad una linea di debito e al contributo al buco dell’ozono. Nonostante la ricerca di tangibilitá, il riconoscimento massimo ottenuto è stato “lei è il mio teleimbonitore preferito”. Dal punto di vista letterario inizia la sua avventura prendendo ripetizioni di italiano alle elementari. Poi alle medie. Alle superiori, la svolta: un bell’esame a settembre in italiano, oltre alle ripetizioni per tutta l’estate. Questo gli fa venire il sospetto che scrivere non è la sua strada. Decide quindi di fare il giornalista informatico. Vinto il Pulitzer alla carriera (i dettagli sono coperti da un NDA), nel 2000 scrive il suo primo romanzo breve, perso in un trasloco. Nel 2020 ha ricominciato a prendere ripetizioni d’italiano. Perché? Perché è ostinato? Caparbio? Odia i refusi? No! Solo per avere una storia da raccontare. Perchè riuscire in un’impresa alla sua portata sarebve banale. Fallire in un’ impresa titanica, invece, sarebbe degna di essere raccontata. E a un teleimbonitore come lui, tutto ciò che serve, è avere un’altra storia da raccontare.
Le trovate sui BinariDiLibri, fedeli refusi compresi.

Cosa ne pensate? Vi piace questo racconto? Lasciate un commento per Antonio 😉
Potete leggere tutti i racconti in gara QUI.

ALEX

autori emergenti, concorso letterario, racconti

Commenti (4)

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